La fiducia del responsabile della Pastorale diocesana dei migranti: «Da lui aspettiamo qualche parola che dica le piste da percorrere per una Chiesa fatta di una grande famiglia di famiglie»

di Pino NARDI

Don Giancarlo Quadri

«Speriamo molto nel Papa: che con le sue parole traduca la nostra lettera in un vivere comune. Lui è bravo ad andare in fondo ai problemi, ormai Benedetto lo conosciamo bene. Ci aspettiamo qualche parola che dica i nuovi cammini, le piste da percorrere anche per una Chiesa fatta di novità, di una grande famiglia di famiglie». Don Giancarlo Quadri, responsabile della Pastorale dei migranti della Diocesi, è fiducioso. Si aspetta molto dalla testimonianza che il Santo Padre porterà al Family: l’indicazione di una strada che possa andare oltre l’evento, che fermenti e porti frutto nella vita quotidiana delle famiglie di stranieri che vivono qui da anni. Una realtà consistente ormai anche nella comunità cristiana ambrosiana: ha dato infatti un grande contributo alla riflessione in preparazione dell’Incontro mondiale fin da gennaio dell’anno scorso con dibattiti e due grandi assemblee. E poi aperto le proprie case per accogliere i pellegrini.

Don Quadri, qual è il senso di questa lettera al Papa?
Il senso della lettera è sintetizzato nei tre punti indicati. Per i cristiani il Papa riveste una triplice funzione: quella di confermare, di chiamare come pescatore di uomini e l’amore di cui Cristo lo investe e che lui deve a sua volta donare. Proprio per questa figura evangelica del Papa le famiglie immigrate si sono sentite interrogate in ciò che di più profondo esiste nella loro attuale esistenza: sono molte le difficoltà, le preoccupazioni, anche le divisioni esistenti in questo scenario. Perciò si rivolgono al Papa, perché sia lui a confermarli in questa fede che diventa difficile nel processo migratorio. Li ho accompagnati in questo lungo percorso, più di un anno. Ciascuna comunità ha lavorato per proprio conto e poi abbiamo messo insieme i risultati scambiandoci le idee.

Nella lettera si parla di solitudine, di tenuta stessa della famiglia, di educazione dei figli. Sono allora questi i problemi che i migranti sentono più drammatici?
Al di là di tutti i problemi accennati, quello più grande è la continuità dell’identità familiare nel tempo, il problema dei figli. Non si tratta semplicemente dei pericoli a cui i ragazzi vanno incontro oppure la non ubbidienza al papà e alla mamma. Certo c’è anche questo, ma ho visto nelle loro parole e molto spesso nelle loro lacrime il desiderio di una continuità della famiglia, con la loro cultura, il modo di essere e di viverla. E anche della famiglia cristiana in quanto tale. È la preoccupazione di perdere un tesoro prezioso: l’unità familiare, l’amore nella famiglia, la fedeltà. Poi, dopo, ci sono anche discriminazione, solitudine, essere messi da parte, lavoro che manca anche a loro. Non poter assicurare alla famiglia una stabilità è una disperazione.

Quindi anche i giovani figli di migranti sono coinvolti da questo clima di individualismo, di consumismo…
Forse i migranti se ne rendono conto di più. Venendo da altre culture, prospettive e diversi modi di essere, si accorgono maggiormente dello stridore. Noi italiani ed europei siamo stati "accompagnati" in questo percorso di "disfacimento", di difficoltà per la famiglia. Loro invece arrivano da noi immaginando una terra dove sembrava regnasse la fede cristiana e invece….

Il cardinale Scola parla di meticciato. Secondo lei quanto è avvenuto questo processo di inserimento e integrazione nella società italiana e milanese?
Tocchiamo il punto dolente. A partire dalle nostre comunità cristiane: possibile che non si senta l’urgenza di accompagnare le famiglie "straniere" che vivono accanto alle nostre? Dovrebbe essere spontaneo per una famiglia cristiana italiana dire a quella immigrata: "Dai, vieni con me, stasera c’è la riunione delle famiglie". Questo invece non succede ancora. Certo non dappertutto, esistono infatti bellissimi esempi, ma sono ancora pochi. Chiamiamolo meticciato o vivere insieme: è ancora lontano, non ci mettiamo l’anima. Anzi in questi ultimi tempi ci sono "rigurgiti" in senso opposto.

Dunque, non vede il rischio di una contraddizione tra l’accoglienza delle famiglie del mondo per Family, quando poi le famiglie del mondo le abbiamo qui, sono i nostri vicini di casa e non vengono coinvolti?
Grandissima, l’abbiamo denunciato fin dall’inizio: se questo percorso in preparazione al VII Incontro mondiale delle famiglie si risolvesse solo in una grande e bella celebrazione senza dare frutti di maggior vicinato verso gli "stranieri" che abitano da noi da tanto tempo… Allora si deve parlare di qualcosa di più di stridore, direi di "fallimento". Credo invece che il VII Incontro mondiale debba dare una spinta più forte a vivere insieme tra le famiglie di diverse culture e popoli che già sono qui.

Questa è la grande scommessa…
È la grandissima scommessa. Spero proprio che il Family dia un grande impulso a questo vivere insieme, a un nuovo modo di fare società.

La scommessa per la comunità cristiana è che poi viva queste famiglie di immigrati nell’ordinarietà della Chiesa…
Sì, la scommessa è che non ci sia più bisogno della Pastorale dei migranti, perché veramente saranno inseriti nella pastorale ordinaria, nelle nostre parrocchie. Non deve essere più una meraviglia vedere una famiglia africana che va a fare la comunione oppure il dar la pace ai latinoamericani con le loro espressioni o ai filippini così bravi e numerosi nella partecipazione.

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