Quattro punti di orientamento per la Pastorale della salute

di Gian Maria COMOLLI
Componente Consulta nazionale per la Pastorale della salute

 Gian Maria Comolli

Il tema della XXII Giornata mondiale del malato è “Fede e carità. ‘Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’ (1 Gv 3.16)”. Quattro punti aiutano a rispondere ad alcuni interrogativi. In quale direzione deve orientarsi la Pastorale della salute? Quali obiettivi raggiungere e quali strade percorrere?

1. La “cultura del dono” può apparire una tematica “fuori luogo2 dato che i modelli e le logiche proposte oggi. Cos’è il dono? È il compiere un’azione gratuita, disinteressata, resa senza attendere nessun compenso né di carattere economico, né di prestigio, né di potere, ma unicamente nell’ottica della condivisione con gli altri di quello che si è e di quello che si ha.

2. Accostare il sofferente, a volte, è noioso e impegnativo perché questo è lamentoso, ripetitivo, e il più delle volte, neppure riconoscente. Chi dona autenticamente, non si aspetta nulla in cambio; neppure la gratitudine. Un esempio da assumere affinché il nostro dono sia vero e schietto lo troviamo nel Vangelo di Marco quando Gesù indica ai suoi interlocutori una povera vedova che depone nel tesoro del tempio due spiccioli; un valore irrilevante rispetto ai consistenti oboli offerti dai ricchi. Cristo commenta: «In verità vi dico: vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc12.43). Questa è la caratteristica da presentare alla società: il carisma del dono e della gratuità.

3. Siamo invitati a contemplare la sorgente della carità, cioè il Signore Gesù. Tra i molti brani, fermiamo la nostra attenzione sulla scena del giudizio universale quando Cristo affermò: «Ero malato e mi avete visitato« (Mt 25,36). «Ero malato…», cioè debole nel corpo e prostrato nello spirito. Sono i due volti dell’infermo che fatica a rassegnarsi; si lamenta e si ribella, chiedendo a Dio ragione della sua sofferenza e agli uomini il conforto. Dobbiamo visitare il malato. Nella frase evangelica assume ampio rilievo anche la particella “mi”: «Ero malato e “mi” avete visitato».

4. Promuovere la cultura del dono è un riconoscimento incondizionato della dignità di ogni persona umana. Ci impegna ad amare e rispettare l’uomo con uno stile simile a quello che si dovrebbe assumere nei riguardi di Dio, essendo impossibile adorare il Creatore invisibile senza onorare contemporaneamente la viva immagine che lo proietta nel mondo, vale a dire la creatura.

Come accostarci da cristiani all’uomo, nel nostro caso quello sofferente? Con compassione e non con pietà! Compassione è la capacità di soffrire con la persona ammalata, di sperimentare qualcosa della sua malattia, le sue paure, ansietà, la perdita di libertà e di dignità, la sua assoluta vulnerabilità e le alienazioni che ogni malattia comporta. Il dare, il donarsi nel dono, immerge l’offerente in Dio e lo riporta al fratello, visto non più come «consumatore» del beneficio, ma come benefattore, donatore del divino. Accogliendo il dono infatti egli offre al donatore la possibilità di dare e con questo la possibilità di sperimentare la «beatitudine maggiore» affermata da Gesù (At. 20, 35). Il grazie quindi dovrebbe dirlo non tanto colui che riceve quanto colui che dona: «Grazie di avermi messo in condizione di poter dare. Così esisto in Dio».

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