Sabato 13 giugno, nel Duomo di Milano, l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, ordinerà 12 nuovi sacerdoti ambrosiani: diretta dalle 9 su Telenova (canale 18 del digitale terrestre) e in streaming su www.chiesadimilano.it e su Youtube.com/chiesadimilano. Ecco i profili biografici stilati da loro in prima persona

Don Nikolas Abbate
Compirò 25 anni qualche giorno prima dell’ordinazione presbiterale e vengo da Bresso (Mi). Se dieci anni fa mi avessero detto che sarei entrato in Seminario e poi sarei diventato prete, non ci avrei mai creduto.
Finita l’iniziazione cristiana con la Cresima – come fanno molti ragazzi – ho smesso di frequentare la Chiesa e l’oratorio, eppure il Signore ha messo sul mio cammino tante persone che mi hanno fatto riscoprire la fede. La Chiesa era diventata un posto da cui non volevo avere nulla a che fare, oggi è la casa dove sono stato accolto e desidero spendere tutta la vita.
La mia vocazione è nata nel servizio: prima come animatore all’oratorio estivo e per i ragazzi con disabilità, poi come catechista dei ragazzi delle elementari. Qui per la prima volta ho capito che «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13), per gli altri. Da questo mio servizio è nato anche un cammino di fede serio, che mi ha portato a scegliere di ritornare a Messa, di confessarmi di nuovo e oggi di diventare prete.
«Guardate a lui» (Sal 34,6) è la frase che ho scelto per iniziare il mio ministero sacerdotale. Nella mia vita ho incontrato tanti testimoni che sono stati capaci di farmi vedere Gesù e così voglio fare anche io. «Guardate a lui» è per me un impegno e una promessa: impegno perché chi vede me possa vedere lui, promessa perché il Signore per grazia mi farà scomparire per mostrare sé.

Don Andrea Angelini
Sono originario di Casciago, un piccolo paese del Varesotto e ho 25 anni. Sono entrato in Seminario subito dopo aver conseguito la maturità al liceo Classico di Varese. La mia vocazione è nata negli anni delle superiori, a partire da molti fattori che Dio ha saputo intrecciare con sapienza per indicarmi quale strada percorrere nella vita.
Le molte domande rispetto al senso della mia vita, l’aver trovato un prete che veramente mi sapeva essere guida nel mio percorso di crescita, l’educazione ricevuta in famiglia e l’amicizia con coetanei che vivevano con gioia la propria fede e l’appartenenza alla Chiesa, sono gli elementi principali che mi hanno portato a domandarmi se Dio mi stesse chiedendo di seguirlo più da vicino e donargli la vita come sacerdote. Da qui si è aperto un meraviglioso cammino di ricerca che mi ha portato, lo scorso 4 ottobre, a dire il mio «sì» a Dio e alla Chiesa che mi chiamavano a diventare diacono e il prossimo 13 giugno prete.
Non sono stati anni scontati, né banali: ci sono state fatiche che hanno richiesto molta determinazione per essere superate e più volte la tentazione di gettare la spugna ha rischiato di prendere il sopravvento, ma, in ogni caso, la consapevolezza che questa sia la vita a cui Gesù mi ha chiamato ha sempre prevalso.
Mi affaccio al futuro senza sapere cosa mi aspetta, ma con la convinzione che il Signore ha già preparato per me qualcosa di buono e con una grandissima curiosità di scoprire cosa ha in serbo per me.

Don Gioele Bergamini
Ho 26 anni e vengo dalla parrocchia di Santa Marcellina e San Giuseppe alla Certosa, nella periferia nord-ovest di Milano.
La mia storia vocazionale inizia presto. Avevo solo 12 anni quando, per la prima volta, ho detto ad alta voce: «Voglio diventare prete». L’ho confessato al coadiutore del mio oratorio, quel prete giovane che vedevo e che passava i suoi pomeriggi in oratorio con noi. Il mio ragionamento era semplice: lo vedevo felice e anche io volevo essere felice, mi piaceva l’oratorio, mi piaceva pregare, quindi tutto sembrava perfetto. Così ho iniziato un cammino che mi ha fatto capire che non potevo accontentarmi di un desiderio superficiale, ma dovevo far mettere radici profonde a quella chiamata.
Ho frequentato il liceo delle Scienze umane; durante quegli anni non sono mancati i dubbi e le domande, ma anche tanti momenti di gioia, in oratorio e nei cammini vocazionali proposti dal Seminario. Il cammino con altri ragazzi, che, come me, desideravano scoprire cos’è la vocazione, è stato fondamentale. Anche nei momenti più difficili il Signore mi ha fatto sentire la sua vicinanza attraverso la comunità e gli amici. Ho imparato che Dio non ci toglie i problemi, ma ci è accanto nell’affrontarli. Ho gustato la gioia dell’amicizia vera, vissuta alla luce di Gesù.
Così, il 12 settembre 2019, sono entrato in Seminario a Venegono. Dall’anno scorso svolgo il mio servizio pastorale nel Decanato di Carnago, in provincia di Varese.

Don Giuseppe Bianchi
Sono nato nel 1990, vengo da Varese, dalla parrocchia della Basilica di San Vittore Martire e tra poche settimane sarò sacerdote.
Dopo il liceo scientifico, ho studiato ingegneria al Politecnico e ho lavorato per qualche anno, prima nella costruzione di autostrade e poi nella meccanica applicata al tessile.
Solo a 28 anni è nata in me l’ipotesi che il Signore mi stesse chiamando al sacerdozio. Alcuni fatti mi hanno costretto, in quegli anni, a fare sintesi della vita intera e a vedere dove, con grande evidenza, tutti i fili che avevo intrecciato erano diretti. Mi chiedevo spesso, in quel periodo: «A cosa serve costruire strade, o macchine, per gente che non sa cos’è al mondo a fare?». Ma anche: «Cosa mi stai chiedendo, Signore, oggi?».
Affidandomi alla Chiesa, nelle sue varie espressioni, sono giunto a bussare alle porte del Seminario diocesano. La formazione è stata entusiasmante e faticosa: lo studio della Teologia è di una ricchezza sorprendente, cambia il modo di pensare a Dio e di vivere la fede; allo stesso modo, guardarsi dentro e guardare “da dentro” la Chiesa, non è sempre facile.
Sono particolarmente grato anche alle comunità di Cassano Magnago, Luino e Abbiategrasso, oltre alla cappellania del Policlinico di Milano, che mi hanno accolto per la pastorale in questi anni di Seminario.
Al termine di un percorso, come tante volte mi è già capitato di vivere, ne inizia uno nuovo, questa volta particolarmente intenso. So però che, come è sempre stato, là dove sarò, il Signore non mancherà.

Don Samuele Brancè
Ho 27 anni e sono originario di Mesenzana (Va), un piccolo paese nel Decanato di Luino, agli estremi confini della Diocesi. È qui che, fin da bambino, le cose di Dio, dall’altare all’oratorio, mi hanno affascinato a tal punto da pensare che riguardassero anche me. Durante gli anni del liceo classico e della Facoltà teologica, la possibilità che il mio modo di donare la vita fosse quello del prete si è fatta sempre più chiara, grazie ad alcune persone che hanno segnato in modo indelebile la mia vita.
Mi ha aiutato a intuire a che cosa Gesù mi chiamasse il cercare di vivere tutto quello che mi capitava accompagnato dall’avverbio “veramente”. In questo “veramente”, come per incanto, è sbocciata la verità di quello che sono, la mia unicità, la mia vocazione, la mia missione. Così, nel settembre del 2020, sono entrato in Seminario per verificare “veramente” quanto avevo intuito.
Nella vita comunitaria, nell’accompagnamento spirituale, nell’affetto e nella preghiera della mia famiglia, delle comunità di casa e quelle a cui sono stato mandato (Somma Lombardo, Villasanta, Policlinico di Milano, Cesano Maderno), nello studio teologico, il Signore Gesù è diventato il centro della mia vita grazie al quale tutto prende senso, gusto, vita.
Perciò, nei giorni che precedono la mia ordinazione, ripeto quei versetti che dalla prima sera in Seminario mi accompagnano: «Se non Gesù solo, con loro» (Mc 9,8) perché senza di te «Signore da chi andremo?» (Gv 6,68).

Don Nicolò Frattolillo
A maggio compirò 36 anni e sono originario della parrocchia San Genesio Martire in Dairago (Mi). Prima di entrare in Seminario ho conseguito il diploma di liceo scientifico e mi sono laureato in Scienze e tecnologie geologiche, in Bicocca. In seguito, ho aiutato nell’attività lavorativa familiare (enoteca e ristorante), ho lavorato presso l’Ufficio tecnico di un Comune lombardo e poi sono stato collaboratore dell’Unità bonifiche della Regione Lombardia.
Sono cresciuto in oratorio, prima come animatore e poi come educatore. A 16 anni il don mi ha chiesto di fare l’aiuto catechista dei preadolescenti e, da quel momento, non mi sono più fermato. Il mio impegno in parrocchia è cresciuto progressivamente, assumendo il compito di catechista anche degli adolescenti e dei giovani e divenendo membro del Consiglio pastorale parrocchiale.
La scelta di chiedere di entrare in Seminario a 30 anni è il frutto di un lungo cammino di discernimento e maturazione – umana e cristiana – in cui è cresciuta la consapevolezza che il Signore mi ama e mi rende capace di amare.
In questa storia – tra grandi domande, dubbi, paure, gioie, soste e ripartenze – il Signore mi ha incontrato e attirato a sé in molti modi e attraverso tante persone. In particolare, posso dire di averlo riconosciuto nei ragazzi che mi ha affidato, nelle comunità in cui ho fatto servizio e in diversi sacerdoti di cui posso dire: «Desidero vivere una vita bella come la loro, desidero vivere una vita donata al Signore, alla Chiesa e ai fratelli che incontrerò sul sentiero della vita».

Don Emanuele Guido
Raccontare in poche righe la mia vocazione è un’impresa: ho solo 26 anni, ma ciò che il Signore compie è sempre più grande di quanto si possa immaginare. Vengo da Crugnola di Mornago (Va) e sono cresciuto in una famiglia numerosa e in una comunità cristiana che, nella semplicità della vita quotidiana, mi ha mostrato la presenza fedele di Dio. Fin da piccolo, anche grazie agli anni da chierichetto, mi affascinava la vita dei preti che incontravo: in loro c’era qualcosa che mi attirava senza che sapessi spiegarmi il perché.
Negli anni dell’adolescenza quel fascino è diventato incontro: il Signore vivo si è fatto vicino, ha toccato la mia vita, ha aperto i miei occhi, ha fatto nascere domande sul futuro e mi ha sorpreso con un amore infinitamente più grande di quanto pensassi di meritare. Accanto alla passione per l’agricoltura, coltivata alle superiori, anche la musica è diventata una compagna fedele del mio cammino: le passioni, quando sono vere, aiutano a crescere e ad allargare il desiderio dell’incontro con lui.
In questi anni di Seminario ho incontrato tante persone che mi hanno accompagnato: nelle parrocchie, nei servizi pastorali, accanto agli ammalati all’Humanitas. In questa catena di volti è risuonata via via sempre più forte una frase della Scrittura: «Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). Rendersi conto che siamo tutti pellegrini verso l’incontro atteso, verso colui che è capace di dare senso al passato, pienezza al presente e speranza al futuro. La sorpresa più grande è scoprire come Dio opera: mai togliendo, sempre donando oltre ogni attesa.

Don Paolo Maccà
Ho quasi 27 anni e provengo da Palazzolo Milanese (Mi). Dopo il liceo scientifico a Cesano Maderno, ho frequentato per un anno l’Università, prima di entrare in Seminario. Oggi svolgo il mio ministero pastorale a Lecco, presso la parrocchia della Basilica di San Nicolò.
In famiglia ho ricevuto la fede. La mia vocazione è nata in parrocchia, da bambino, attraverso il mio servizio all’altare. Fare il chierichetto mi ha permesso di conoscere tanti sacerdoti e, in particolare, il mio prevosto, don Luciano. In lui ho visto per la prima volta chi ha davvero incontrato il Signore e ha deciso di donare gratuitamente tutta la sua vita a lui e al suo Vangelo. All’epoca, questo mi ha colpito molto.
Successivamente, il mio cammino è proseguito in oratorio, con alti e bassi, grazie alle esperienze vissute, ai cammini percorsi e soprattutto all’accompagnamento del coadiutore. Sempre di più ho approfondito il mio desiderio di seguire il Signore; sempre di più si radicava una domanda di senso. Questa domanda è rimasta in me, a volte sopita a volte più evidente, riemergendo poi con delicata irruenza negli anni finali del liceo. Così mi sono lasciato accompagnare e tuttora mi lascio accompagnare. Esperienze diverse, luoghi diversi, guide diverse, ma sempre con una certezza nel cuore: quella di aver ricevuto gratuitamente molto dal buon Dio. Ed è per questo che ho scelto come motto l’invito del Signore «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Riconosco di aver ricevuto molto, in primis la fede e la mia vocazione. Con gioia mi sento allora di accogliere quella Parola che oggi mi invita a dare.

Don Paolo Macchi
Ho 27 anni e sono originario della parrocchia di Santo Stefano in Tradate (Va). Sono entrato in Seminario il 12 settembre 2019 e, nell’ultimo anno, ho svolto il mio ministero diaconale nella città di Bollate. Sono grato alla comunità cristiana di Tradate per avermi generato alla fede, grazie ai cammini in oratorio, il servizio all’altare e ai sacerdoti che mi hanno accompagnato. Man mano che crescevo, l’esperienza del mettersi a servizio ha esercitato in me un’attrattiva sempre maggiore e mi ha portato a impegnarmi come animatore, cerimoniere e come educatore.
La domanda vocazionale è poi nata in me grazie al gruppo giovani della Comunità pastorale, con il quale, da una semplice aula di oratorio che il don ci aveva messo a disposizione, è cresciuta un’esperienza di vita comune che ci vedeva in oratorio quasi ogni giorno, fino a sera. Il condividere le giornate con lo studio, il servizio, la cura della “casa”, i pasti, la preghiera mi ha aiutato a crescere umanamente e spiritualmente.
La crisi, derivante dall’accorgermi che lo studio dell’Economia in Università non faceva per me, mi ha portato a prendere in mano sul serio la mia vita, così mi sono accorto che non potevo più scappare da quella chiamata a donarmi totalmente al Signore che, attraverso tutto questo, mi stava rivolgendo.
Durante gli anni del Seminario, sono giunto alla consapevolezza che la pienezza della mia umanità si compie nel lasciare spazio al Signore Gesù, per far sì che sia lui a vivere e a operare in me e attraverso di me. Per questo, avvicinandomi all’ordinazione presbiterale, ho scelto di fare mie le parole di san Paolo ai Galati: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me».

Don Stefano Magistrelli
Ho 26 anni e sono originario della parrocchia dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Arluno (Mi). Svolgo il mio ministero a Robecco sul Naviglio. Dopo il diploma da perito informatico, ho lavorato un anno da McDonald’s, e poi, nel 2019, sono entrato in Seminario.
La figura del prete mi ha sempre affascinato. Facendo il chierichetto – prima in Messico, dove sono nato, e poi ad Arluno – ho avuto la fortuna di poter stare vicino ai preti durante la Messa e scoprire che, in quello che facevano, erano felici.
Nei primi anni delle superiori, ho iniziato a vivere diverse difficoltà, soprattutto relazionali. La scintilla che ha riacceso il desiderio di Dio è nata alla Giornata mondiale della gioventù del 2016, da una domanda che ha iniziato a scavare dentro di me fino a trovare, nel dicembre dello stesso anno, un volto: quello di Gesù, che mi chiamava a seguirlo. Da quel momento ho capito che Dio abitava la mia vita e che le relazioni erano il luogo in cui Dio si mostrava.
Durante il cammino con la comunità Non Residenti la mia scelta ha messo radici profonde: nel silenzio, nella condivisione e nella preghiera, il Signore mi ha donato il coraggio di affidarmi, di abbandonare i miei progetti e i miei sogni per mettere la mia vita nelle sue mani. Così facendo, ho iniziato a sentire sempre più forte l’amore del Padre. Ho deciso di fidarmi, perché ho capito che solo in lui potevo trovare la piena felicità.
Ho scelto come motto la parola «Seguimi» (Mt 9,9), perché sia un richiamo costante al Signore che mi chiama a partecipare e ad annunciare la sua storia d’amore. È quella stessa storia che ha curato ogni mia ferita e che oggi desidero donare agli altri.

Don Lorenzo Molteni
Ho 27 anni e vengo da Cassago Brianza (Lc). Raccontare la storia che mi ha condotto sin qui sarebbe estremamente lungo, ma credo di poter dire che il modo in cui Gesù ha deciso di affascinarmi sia stato donarmi un cuore che non si accontenta. Infatti il primo passo, che ho fatto sulla strada che mi ha portato in Seminario, è stato dettato da una grande insoddisfazione che sentivo nel cuore e che mi portava a desiderare sempre di più, nonostante avessi tutto.
Quando ho scoperto che quel desiderio grande che avevo non era un disagio, ma la voce di Qualcuno che mi chiamava a seguirlo, allora il volto di tutta la realtà è cambiato. Infatti, ho scoperto che dietro ogni circostanza, piccola o grande, facile o difficile, è nascosta la chiamata di Cristo a seguirlo.
Allora diventa naturale chiedersi chi sia quel Qualcuno che, nella realtà di ogni giorno, ti chiama. Così, provando a riconoscere il suo volto, ho compreso che Cristo è una persona che mi ama e che mi dona tutto, fino a donare sé stesso per me. Questo è il fondamento dell’autentica gioia cristiana: se al fondo della realtà c’è una persona che ti ama e che vuole donarti tutto, allora puoi affidarti totalmente, senza riserve.
È in questa linea che ho scelto anche la frase che mi accompagnerà all’ordinazione, tratta dalla seconda Lettera ai Corinzi di san Paolo: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12,9), affiancata ad una citazione di un santo che mi è particolarmente caro, Agostino: «Che cos’ha, infatti, l’uomo, che non abbia ricevuto?» (Confessioni, VII, 21, 27).

Don Andrea Swich
Ho 30 anni e sono originario di Vimercate (Mb). Prima di entrare in Seminario, durante gli anni dell’Università, mi sono riavvicinato al contesto oratoriano, dal quale mi ero allontanato durante la preadolescenza.
Ho svolto il servizio educativo con gli adolescenti per qualche anno, prima di accompagnare diciottenni e giovani. Ricordo con estrema gratitudine il tempo trascorso in fraternità e condivisione di vita con gli altri educatori. Le “vite comuni” sono state per tutti noi stimolo ad accogliere le domande, riconoscere le inquietudini e ascoltare i nostri desideri, tutte cose che trovano nella condivisione seria e profonda della vita il tempo propizio per riconoscere e maturare le singole vocazioni.
Quando poi il Signore mi si è presentato, attraverso le persone che avevo accanto, mi ha mostrato che la vocazione non è una scelta personale, ma l’attitudine a mettersi in ascolto di ciò che Dio ha desiderato per ognuno di noi. Ho avuto la fortuna di incontrare uomini e donne con il dono della fede: persone capaci di trasmettere una vocazione, una chiamata ad ardere dello stesso fuoco, a dedicarsi alla stessa missione, vivendo di fede e non di calcoli, avendo un interlocutore per seguire il quale vale la pena lasciare tutto. Tutto questo ha concorso a condurmi sulla soglia di questo dono così grande, l’ordinazione presbiterale, perché io possa mettermi alla sequela del Signore Gesù e a servizio della sua Chiesa, consapevole che solo lui ha parole di vita eterna.



