Il presidente dell’Opera della Regalità, vicepostulatore della causa della futura beata: «Servendo un grande ideale, ci ha indicato la strada di una consapevole vocazione cristiana»

di Annamaria Braccini

Armida Barelli
Armida Barelli

Una vita, quella di Armida Barelli, che rimane un esempio anche per le nuove generazioni. Ma quali sono gli aspetti cruciali della sua testimonianza cristiana e civile che non perde valore nel tempo? Ernesto Preziosi, vicepostulatore della sua causa di beatificazione, , storico, docente e profondo conoscitore del cattolicesimo italiano otto-novecentesco, presidente dell’Opera della Regalità (la fondazione nata nel 1929, voluta da padre Gemelli e dalla futura beata per la diffusione della liturgia tra il popolo), sottolinea: «La sua è la storia di una giovane che prende sul serio la chiamata del Signore e si pone in ricerca. All’inizio è incerta tra formare una famiglia numerosa o andare missionaria in Cina. Poi viene aiutata a comprendere che è chiamata su una strada nuova: vivere da consacrata nel mondo. La sua missione diviene l’Italia e questo la apre a una grande responsabilità, a un servizio fecondo nella Chiesa e nella società del suo tempo».

Tante le iniziative che la videro protagonista, anche come cofondatrice e animatrice instancabile, per decenni, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore…
Il suo ruolo, in questo contesto, è stato fondamentale, essendo presente fin dagli inizi nel Comitato promotore dell’Ateneo; anzi, si potrebbe dire dalla sua “preistoria”, perché la Barelli è tra i partecipanti a un incontro con Giuseppe Toniolo nel quale padre Gemelli viene di fatto investito del compito di fondare l’Università. Armida ne sarà la “cassiera” ininterrottamente fino alla morte nel 1952. In realtà, dietro questa semplice parola, che lei stessa utilizzava per autodefinirsi, vi è la realizzazione di un’operazione di grande rilevanza. Infatti, in tale modo, come fundraiser, assicura il sostegno economico all’Ateneo, attraverso l’Associazione degli Amici dell’Università Cattolica (che diffonde, anche nelle regioni del sud, la sensibilizzazione popolare riguardante la Cattolica), e la Giornata Universitaria (istituita ufficialmente nel 1924 e da allora celebrata in tutte le parrocchie italiane), di cui lei è la principale regista.  

In questa azione al contempo, culturale e formativa delle coscienze, l’attenzione alle donne come si configura? È centrale?
La ricerca personale e l’impegno educativo dispiegato dalla Barelli nella Gioventù Femminile verso le giovani donne, fin dalle piccolissime e dalle adolescenti, sono segno di una consapevolezza nuova del ruolo che le donne possono svolgere nella Chiesa e nella società, a cominciare dalla famiglia e dal lavoro, così come in parrocchia e nell’ambito sociale. Il suo non fu, certamente, un femminismo sull’onda dei movimenti allora presenti nell’area laica e socialista: Per lei e per le giovani donne, riunite nella Gioventù femminile di Ac, la dignità e la libertà delle donne avevano un fondamento spirituale, alimentato dalla formazione, che rendeva le donne, ogni donna, protagonista.

Secondo lei, qual è l’insegnamento più significativo che ci ha lasciato la “Sorella maggiore”, futura beata?
La testimonianza di una laica cristiana che prende la propria vita in mano, che ama la Chiesa, che si lascia interrogare dal suo tempo e spende l’intera esistenza nell’annuncio dell’amore di Dio, da lei visto nel Sacro Cuore, cui volle tenacemente che fosse intitolato l’Ateneo dei cattolici Italiani. Armida Barelli fu una donna che, servendo un grande ideale, ci ha indicato la strada di una consapevole vocazione cristiana.

 

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