Tre giorni nel ventre di una balena? Come Pinocchio o sulle onde di pasqua?

di don Giovanni GIAVINI

Giona e la balena

Come Pinocchio?

“Giona e la balena”: era tutto qui l’interesse per il libretto di Giona, fino a qualche decennio fa. Ora non più, per vari motivi. A parte che il libro biblico non dà nemmeno un nome al grosso pesce, altrove chiamato Leviatàn e immaginato forse come un enorme coccodrillo affamato di nàufraghi, simbolo del mare ostile ai naviganti. Ma quel libretto è innanzitutto un capolavoro di fine ironia e di profonda teologia, più unico che raro nella Bibbia e negli scaffali di tutte le biblioteche. Riassumiamone il tracciato, come appare anche nell’ultima versione della Cei e nella liturgia della settimana santa.

Del tutto sconosciuto altrove il profeta Giona, a parte un accenno insignificante a un “Giona figlio di Amittài” in 2 Re 14,25; ignota altrove nell’Antico Testamento la sua vicenda di profeta inviato da Dio ad annunciare rovina alla città assira di Ninive crudele peccatrice e odiata dagli Ebrei; ma quel profeta teme che quella città si converta e eviti il castigo divino, perciò fugge per nave verso occidente – verso l’Italia e dintorni – invece che a nord; ma la nave subisce un terribile uragano che spaventa i marinai, mentre Giona si dà al sonno del disinteressato; quei marinai, idolatri, saputa quella sua disobbedienza diventata causa della bufera, pregano il Dio di Giona e si oppongono alla richiesta del passeggero di gettarlo in mare per salvare se stessi: insomma quei marinai pagani fanno una bellissima figura, ma alla fine ascoltano Giona e lo buttano in mare; qui un grosso pesce ingoia il profeta e gli permette di scampare da morte tre giorni e tre notti.

Giona e il suo Salmo

Ma, nel turbine di paurosa morte, Giona prega con un Salmo – ora inserito nel libretto stesso – e invoca di essere liberato da inferi, abisso, cuore del mare, correnti, flutti e onde, alghe, fossa: nessuna parola sul mostro marino! Evidentemente questo era solo immagine poetica del mare in tempesta. Liberato dalla bufera marina e dal naufragio Giona pensa di poter tornare al tempio di Dio, per offrire un sacrificio di lode, adempiere a un voto, e proclamare a tutti che quelli che servono idoli falsi abbandonano il loro amore vero.

La preghiera al Dio vero ottiene che il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia (cap.2). Ma sottinteso: Adesso che, invocato, ti ho salvato, ora Alzati e va’ non al mio tempio ma a Ninive la grande città, perché anche là mi puoi trovare e annuncia loro quanto ti dico, perché – come appare dalla fine del cap. 4 – anche la pagana Ninive è una mia creatura. Come un cane bastonato il profeta va e annuncia.

Suo malgrado Ninive si converte tutta e improvvisamente, dal re ai bambini e anche agli animali (cfr. invece la predicazione di Geremia a re e a gente del suo popolo inascoltata). Giona ne è desolato, anche perché nel gran caldo estivo viene privato del conforto del ricino che gli dava ombra. Il rimprovero di Dio è luminoso: tu hai pietà per quel ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che non hai fatto spuntare…Io invece non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città anch’essa mia creatura per la quale ho faticato? In essa ci sono pure tanti bambini e tanti animali, che mi interessano…E tu, mio profeta, capisci e credi a questa mia Parola? La risposta non sta scritta: la deve dare il lettore, con l’autore della mirabile novella.

Autore e storicità

Chi può avere prodotto sia il Salmo sia il suo stupendo complesso? Ignoto a noi. Certo era un ebreo di grande fede nel suo Dio e abilissimo poeta. Su quale base ha inventato il racconto? Forse su qualche episodio significativo ma ignoto anch’esso (certo è impensabile anche una conversione come quella di Ninive), o su un naufragio scampato di qualche profeta disubbidiente (il Giona figlio di Amittai?). L’autore è un ebreo credente, vissuto dopo l’esilio in Assiria? (dal 722 a.C.) o a Bailonia (586-538 a.C.) e durante la restaurazione della “nazione santa”; egli è critico con il suo popolo duro a convertirsi, ma critico anche con la linea di una ortodossia religiosa esclusivista e nazionalistico-razziale (cfr. Is 56). Per questa critica egli è ricorso anche a una finissima ironia e a immagini poetiche e fantasiose assai eloquenti per il suo contesto…e per sempre.

La successiva fortuna della figura di Giona non dipende solo da Pinocchio, anzi innanzitutto dai richiami che ne ebbe nei Vangeli sinottici. In Mt 12, 38-41 e in Lc 11, 29-30 leggiamo che Gesù avrebbe offerto alla sua gente un segno come la risuscitazione di Giona “dopo tre giorni e tre notti dal ventre del pesce”, cui era seguita la conversione di Ninive. Sembra quindi che Gesù non avesse dubbi o problemi sulla storicità di quei due ricordi, anche perché gli interessava ben altro: lui era più di Giona. Infatti, durante una tempesta sul mare di Genezaret, lui “dorme” e, risvegliato-risuscitato dai suoi impauriti marinai, domina su vento e mare, senza bisogno di invocare Dio! (Mt 8,23-27; Mc 4,35-41; Lc 8,22-26).

Giona e le religioni

L’autore di Giona voleva un ebraismo più aperto anche ad altri uomini religiosi. In ciò era in linea, per esempio, con Is 2 e più ancora con il cap. 24 del Siracide. Questo libro, composto intorno al 200-150 a.C., è molto giudaico, eppure afferma che la Sapienza/Parola di Dio, pur presente in modo eccellente in Israele, è però diffusa dappertutto: nelle creature celesti e terrestri (cfr. Gen 1) e “su ogni popolo e nazione ha preso dominio”. Come dire che anche fuori di Israele si potevano trovare segni della Sapienza o Parola di Dio.

Ciò trova conferma nel prologo di Giovanni: “Il Verbo-parola di Dio sta all’origine di tutte le creature e illumina ogni uomo”, benché abbia come sede privilegiata la storia di Israele e più ancora la “carne” dell’ebreo Gesù di Nazaret. Eloquente anche Col 1, 15-17: “tutto fu creato in, per mezzo di e in vista di Cristo”. Antichi Padri e scrittori cristiani parlavano di “semi del Verbo” diffusi dappertutto, con una visione del creato e della storia umana molto più positiva di quella poi prevalsa anche nelle Chiese. Oggi, specialmente dopo il Vaticano II e insieme a teologi come Teilhard de Chardin, ricuperiamo quella visione, che abbiamo intravvisto già nel libro di Giona. Cristo è la vera via-verità-vita, ma illumina, guida, giudica e ama ogni sua creatura, per tutti diede anche il sangue e lo Spirito.

Conseguenze: come guardare alla nostra storia umana, con tutte le sue luci e ombre? con tutti i suoi incerti passi? Come considerare il pluralismo religioso e il suo dialogo pur faticoso? In che senso parlare della “missione alle genti atee o idolatre” e come pensarla?…Problemi in parte nuovi, discorsi ormai avviati e in progresso. Sotto la guida anche di papa Francesco (cfr, in particolare la sua Evangelii gaudium). In cammino anche con Pinocchio – uno dei libri più tradotti nel mondo – e il suo antico e mirabile… predecessore: l’autore del racconto di Giona. Questi però scrisse anche un bel salmo per tutti i pinocchi della terra, piccoli o grandi che siano, credenti tranquilli o magari turbati in mezzo a ondate e burrasche come lui e tanti di noi. E con il “mio” cuore lo rileggo in umile preghiera, magari anche in coppia e in casa, come altrettanti pinocchietti in alto mare benché appollaiati su un divano.

Giona e la nostra Pasqua 2020

Più bello ancora rileggerlo alla luce di quel grande profeta che fu Gesù di Nazaret, finito per tre giorni e tre notti nel ventre della madre terra, naufragato nell’abisso della morte – e di quale morte! – ma riemerso per una nuova vita sua e di molti altri: è il messaggio valido anche per questa nostra pasqua, pur triste ma sempre messaggera di divina e umana speranza. Nàufraghi sì e mortali, ma ancora vivi e desiderosi di comunicare a tutti la speranza pasquale. E di contribuire, pur in modi diversi, ad alleviare dolori e lutti. Buona pasqua a tutti, anche a nome di Giona e del suo Dio.

 

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