Due parroci raccontano l’approccio pastorale nei confronti di chi soffre la rottura del proprio matrimonio: «Da evitare atteggiamenti di giudizio e di freddezza»

di Maria Teresa ANTOGNAZZA

separazione

«Le ferite del cuore chiedono vicinanza, ascolto, accoglienza, soprattutto a livello personale, e poi nei luoghi quotidiani della vita parrocchiale, quando ci si trova in chiesa per la messa, in oratorio per le domeniche insieme, o quando si portano i bambini al catechismo». Sono in tanti, soprattutto donne e mamme, a bussare alla porta di don Domenico Sirtori, parroco di Solbiate Arno, nel Varesotto: arrivano dopo un’esperienza di sofferenza, nella quale hanno sperimentato la rottura del matrimonio e della loro unione d’amore. «Al momento, nella nostra comunità parrocchiale, non abbiamo proposte strutturate per accompagnare queste persone; se desiderano un percorso più completo e continuativo le indirizzo agli incontri del Gruppo Acor, messo in atto dalla diocesi, dove vengono proposti momenti di preghiera e di condivisione. Ma in genere mi accorgo che la richiesta è soprattutto quella di una vicinanza e di un ascolto accogliente e non giudicante. L’anello più debole sono i padri separati, che fanno molta più fatica a chiedere aiuto; è come se fossero in imbarazzo e quindi non riusciamo a intercettarli perché spariscono dalla circolazione».

Spesso, invece, sono le mamme a patire di più la freddezza e un senso di solitudine da parte della cerchia di persone abituali, soprattutto quando frequentano la normale vita di parrocchia o di paese, dalla scuola all’oratorio: «È proprio qui – confida il sacerdote – che occorre mostrare più calore e attenzione alle ferite, recuperando relazioni positive, condividendo le preoccupazioni o le sofferenze di cui queste persone sono portatrici. Insisto molto su questo punto nella formazione delle catechiste battesimali e con quelle dell’iniziazione cristiana, che sempre più spesso si imbattono in famiglie dove ci sono queste situazioni. Nei loro confronti bisogna evitare atteggiamenti di freddezza, se non di giudizio, che creano incomunicabilità e allontanamento».

Nella vita ordinaria della comunità non si può far finta di niente, ribadisce don Domenico: «In molti casi le persone separate o divorziate, non risposate, sono catechiste, sono impegnate nella liturgia, nelle opere di carità e proseguono questi loro impegni. E noi che le accostiamo, non possiamo fingere che non abbiano nel cuore questa grande sofferenza per la rottura del loro matrimonio. La vera sfida pastorale, a mio avviso, è che l’ordinarietà della vita comunitaria abbia il tratto dell’accoglienza fraterna e della condivisione. Tra l’altro, si tratta sempre di persone che ci provocano molto sui temi della fede e dell’umanità, proprio a partire dalle sofferenze personali, e abbiamo molto da imparare da loro. Anche in questo dobbiamo crescere».

Una visione pastorale pienamente condivisa dal parroco milanese don Natale Castelli, che guida la comunità del Redentore: «Rispetto a quanti vivono la condizione di separati, divorziati o anche di famiglie di nuova unione, in modo sereno, non proponiamo momenti o cammini specifici, perché si tratta di persone assolutamente normali, per le quali non si fa nessuna differenza. Ci sono diversi parrocchiani che, essendo rimasti fedeli alla precedente unione, continuano a prestare i propri servizi alla comunità, come catechisti, lettori o come componenti del consiglio pastorale; anche con loro il rapporto è assolutamente tranquillo e non c’è nessuna forma di giudizio o di allontanamento».

Diverso, per don Natale, il caso di chi invece porta ancora nel cuore molta sofferenza per la separazione in atto o per quanto è avvenuto. «Qui conta moltissimo l’ascolto e la relazione, e in questo come preti siamo molto impegnati. Se poi il desiderio di queste persone è quello di fare un cammino spirituale, sono molto efficaci e si stanno diffondendo gli incontri di preghiera e condivisione sulla Parola di Dio».

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