In Curia il cardinale Scola ha ufficializzato l'immissione in nuovo servizio di tre parroci, evidenziando la cura di tre «soggetti privilegiati» dell'azione pastorale: i bambini, i giovani e la famiglia

di Annamaria BRACCINI

nomine preti

«La responsabilità che assumete non è da concepirsi come un semplice ruolo, ma deve trovare il suo radicamento nel Sacramento, che è il locus oggettivo su cui si fonda il vostro compito». Il cardinale Scola, nella cappella della Curia arcivescovile, presiede la celebrazione della Parola per l’immissione nell’ufficio di parroco e per l’avvio ufficiale di una Comunità pastorale.

L’investitura riguarda tre nuovi incarichi affidati rispettivamente a monsignor Giovanni Buga (già responsabile della Comunità pastorale “Madonna delle Lacrime” in Treviglio, la prima costituitasi in diocesi, a cui si aggiunge ora Castel Rozzone), a don Francesco Corti (già parroco della SS. Trinità a Malnate e che lo diventa anche della vicina San Salvatore) e a don Sergio Stevan, che assume la responsabilità della Comunità pastorale “San Paolo” di Giussano.

Un momento formale, che prevede il giuramento di fedeltà nell’assumere tali uffici, da esercitare a nome della Chiesa, e la lettura da parte dell’Ordinario – l’Arcivescovo – del “Decreto di immissione in possesso”. E allora il Cardinale riflette sulla pagina del Vangelo di Giovanni che parla del Buon pastore. Un passaggio «che fu tanto caro a Giovanni XXIII e su cui Roncalli, come Patriarca di Venezia, lavorò molto alla luce di quel concetto di paternità il cui nesso è lo Spirito santo», ricorda.

«Anche voi siete mandati, come pastori e come padri, in forza del Sacramento che avete ricevuto e dovete ricordarvi che c’è sempre una “sporgenza”, rispetto all’operare concreto, della relazione filiale di Cristo Gesù col Padre. Una sporgenza che deve essere tenuta dentro ogni fare e che mette in gioco la nostra posizione rispetto a Dio. Questa assunzione di responsabilità non è una pura assunzione di ruolo».

Un Ministero, quello di parroco, che tuttavia appare indebolito e che si presta, nelle parole del Cardinale, anche a una più generale analisi del tempo presente: «All’origine della nostra ridotta energia missionaria non sta la mancanza di zelo o di creatività nell’individuare azioni o iniziative, ma nel ridurre la missione pastorale a ruolo. Tuttavia un atteggiamento simile è contro la nostra stessa missione, la migliore teologia e anche il diritto canonico, come testimoniano le attuali discussioni sulle funzioni della donna nella Chiesa, perché chi non riceve il sacramento dell’Ordine non può assumere una funzione di governo in senso pieno». Occorre quindi «riscoprire la radice sacramentale del nostro Ministero», ben descritta appunto nel Vangelo di Giovanni. «Chiediamoci a chi serviamo – continua l’Arcivescovo -: serviamo alla missione di Gesù e dobbiamo rendere evidente l’imponenza di Dio nella vita, dando risposta alla domanda di ogni uomo».

Da qui tre «priorità dell’azione», come le definisce il Cardinale, che si situano all’interno della proposta “Il campo è il mondo” attraverso «la cura di tre soggetti privilegiati della pastorale». «In primis i bambini, assumendo fino in fondo le indicazioni emerse dal Consiglio episcopale milanese, e dilatando il concetto dell’Iniziazione dalla pura catechesi all’accompagnamento in una Comunità educante». Secondo elemento quello dei giovani, un tema a lungo discusso nell’ultimo Consiglio pastorale diocesano. «Ho molto ammirato la pluralità delle iniziative promosse nei diversi campi. Tuttavia – osserva – la mia impressione è che questo livello sia assai problematico con risultati, rispetto alle persone dai 18 ai 30 anni, limitati o assai poveri». Insomma, «c’è tanto da fare» perché «ancora troppo poco comunichiamo la bellezza di Gesù e come sia conveniente seguirlo. Per questo fine è necessario costruire rapporti stretti di comunione e comunità vitali connotate da legami forti, gli unici che garantiscano l’autentica libertà della persona».

Terzo ambito è la famiglia, «trattandola come “soggetto” e non “oggetto” della pastorale, coinvolgendola attraverso il racconto dell’esperienza bella dell’amore, la condivisione delle famiglie ferite, l’apertura alla vita». Il riferimento è all’impegno della Chiesa universale che rifletterà attraverso il Sinodo sulla famiglia dell’ottobre prossimo e che già nel recente Concistoro straordinario ha affrontato questo tema «non in termini riduttivi», ma con uno sguardo ampio, consapevole di una realtà familiare «oggi duramente messa alla prova, con la presunzione, per esempio, di superare la differenza sessuale o di assimilare alla famiglia altri tipi di unione».

Dunque, il lavoro – ovvio che il messaggio, pur rivolto ai presenti, vale per tutta la nostra Chiesa – abbia al “cuore” l’educazione dei giovani e l’edificazione di Comunità educanti «dall’apparentamento forte, che mettano la famiglia al centro come soggetto attivo», magari creando legami stabili tra famiglie già mature e giovani.

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