Durante il Pontificale dell'Epifania il cardinale Scola ha annunciato «la grande gioia» del decreto papale, un «momento particolarmente solenne per gli ambrosiani»

di Filippo MAGNI

Epifania

Era l’Epifania del 1955 quando mons. Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, faceva il suo ingresso in Diocesi come arcivescovo di Milano. Oggi, 57 anni dopo, la sua memoria torna in Duomo col titolo di Venerabile.
Lo annuncia il cardinale Angelo Scola all’inizio del pontificale del 6 gennaio: «Comunico con grande gioia che Papa Benedetto XVI, lo scorso 20 dicembre, ha autorizzato la Congregazione per le cause dei Santi a pubblicare il decreto con cui il Sommo Pontefice riconosce che il Servo di Dio Papa Paolo VI ha vissuto con grado eroico sia le virtù teologali (Fede, Speranza, Carità verso Dio e verso il prossimo), sia le virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza) e quelle ad esse annesse».
Nato a Concesio (Brescia), Montini fu arcivescovo di Milano dal 4 novembre 1954 al 21 giugno 1963, quando fu eletto Papa. Per questo, aggiunge Scola, «per noi ambrosiani è un momento particolarmente solenne» ed è «ben giusto levare oggi la nostra lode al Signore e il nostro ringraziamento al Santo Padre».
Nella speranza di vederlo «presto beato» sulla scia degli altri arcivescovi milanesi card. Ferrari e card. Schuster, aggiunge l’arcivescovo, Paolo VI «ci può essere maestro lungo l’affascinante cammino della sequela di Cristo», avendo «vissuto pienamente il Vangelo sine glossa, senza nessuna aggiunta». Un testimone, secondo l’indicazione dello stesso Papa Montini citata da Scola: "l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni".
Esempio di cammino verso il Signore che torna nell’omelia, quando il cardinale Scola parla dal pulpito guardando il Gesù bambino posto davanti all’altare. Sopra di lui, la stella illuminata ricorda il viaggio dei Magi raccontato dal Vangelo del giorno.
I Tre Re si misero in cammino «verso un Re singolare, un segno di contraddizione che divide le coscienze» e sul loro percorso, continua Scola, incontrarono un governante, Erode, simbolo della possibilità e responsabilità di chi governa «di orientare o disorientare i popoli».
I Magi, aggiunge il cardinale, «pellegrini dell’Assoluto, sono figura della nostra libertà che tende al suo compimento senza fermarsi davanti a ostacoli o fatiche». Neanche davanti alla «più impegnativa», «la morte del cambiamento dell’io che libera e apre alla vita».
Un’opera di conversione personale e comunitaria che si inserisce nelle «radicali trasformazioni in atto nella sfera affettiva non meno che in quella culturale, sociale, politica ed economica. Che ci impongono «ad assumere uno stile di vita che salvi tutta la persona, anima e corpo, in tutte le sue relazioni costitutive, con sé, con gli altri e con Dio».
Citando infine il discorso dell’allora arcivescovo Montini all’Ispi nel 1962 e la sua aspirazione ad instaurare «un umanesimo-umano», Scola conclude il pontificale chiedendo a Maria «di donarci occhi semplici e un cuore grande nell’amare, per riconoscere, come fecero i Magi, i segni della Sua presenza» e incontrare il Bambino «nella vita della comunità cristiana» per riconoscere il dono della salvezza e «fare l’esaltante esperienza dell’unità dell’io, della famiglia, della comunità».

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