Martedì, alle 9.30, la solenne celebrazione eucaristica che segna l’inaugurazione del Pontificato. Il Santo Padre conferma il motto e lo stemma che aveva come arcivescovo e userà lo stesso Pallio di Benedetto XVI

Papa Francesco_incontro coi giornalisti
Rome 16/03/2013 Papa Jorge Maria Bergoglio, Francesco, incontra la stampa accreditata in Vaticano Ph: Cristian Gennari

Si svolgerà «tra la tomba di San Pietro e il sagrato» della Basilica, luogo per la tradizione del martirio di Pietro, la “Messa di inizio del ministero petrino del vescovo di Roma”, che segnerà l’inizio solenne del servizio del Papa alla Chiesa universale. A descriverne lo svolgimento nei dettagli è stato padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, nel briefing di oggi.

Il Papa lascerà Casa Santa Marta alle 8.45-8.50 e salirà sulla jeep o sulla papa-mobile per fare un lungo giro intorno alla piazza. Poi andrà in sagrestia, vicino alla Pietà, alle 9.15 per prepararsi alla celebrazione, che avrà inizio intorno alle 9.30.

«La cerimonia – ha informato padre Lombardi – incomincerà alla tomba di San Pietro, nel centro della Basilica, sotto l’altare centrale, e si svolgerà sulla piazza che, secondo la tradizione, è anche il luogo del martirio di San Pietro, perché il Circo di Nerone occupava anche questa zona». La messa di domani, dunque, verrà celebrata tra la tomba e il luogo del martirio di San Pietro, di cui il Papa è successore.

Nel percorso dalla sagrestia alla tomba di San Pietro, sotto l’altare, il Papa sarà accompagnato dai patriarchi e arcivescovi maggiori delle Chiese orientali cattoliche: dieci in tutto, tra cui quattro cardinali. Dopo l’omaggio e la preghiera alla tomba – presso la quale sono conservati l’anello e il pallio, i due segni del ministero petrino che poi verranno consegnati al Pontefice -, il Papa e i patriarchi, in processione con tutti i cardinali e tutti i concelebranti, si muoveranno dal centro della Basilica verso la porta e usciranno sul sagrato. Durante la processione verrà cantato il Laudes Regiae, cioè le Lodi del Re. Un canto fatto di litanie e invocazioni in onore di Cristo, durante il quale «si invocano molti santi», ha ricordato il portavoce vaticano. In questa celebrazione – altra novità – si invocano anche esplicitamente i “Santi Papi”, dopo gli apostoli: il più recente è San Pio X.

Lo stesso pallio di Benedetto XVI, l’anello del pescatore in argento dorato

Quando la processione uscirà dalla Basilica i primi riti saranno la consegna al Papa del pallio e dell’anello, i due segni del ministero petrino. Il pallio – ha reso noto padre Lombardi ai giornalisti – verrà consegnato e imposto al Papa dal cardinale protodiacono, Jean-Louis Tauran: «Il pallio è lo stesso che aveva Benedetto XVI». Dopo la consegna del pallio ci sarà una preghiera fatta dal cardinale protopresbitero, il primo dell’Ordine dei presbiteri. Poi seguirà la consegna dell’anello, fatta dal cardinale decano, Angelo Sodano, che è il protoepiscopo, cioè il primo dell’Ordine dei vescovi. Quindi i tre cardinali primi dei tre ordini consegneranno il pallio, pregheranno e daranno l’anello. Papa Francesco metterà al dito un anello del pescatore opera di un famoso artigiano italiano, Enrico Manfrini. «È un modello presentato al Papa dal maestro delle cerimonie liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, che l’ha ricevuto da uno dei segretario di Paolo VI, monsignor Macchi». Sull’anello, in argento dorato, è rappresentato San Pietro con le chiavi.

Saranno sei cardinali, due per ognuno degli Ordini dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi – ma ancora non si sanno i loro nomi – a compiere l’ultimo rito introduttivo della cerimonia: la cosiddetta “obbedienza”, cioè l’omaggio e la promessa di obbedienza da parte dei presenti al nuovo Papa, che seguirà il rito della consegna del pallio e dell’anello. Non ci saranno, invece, rappresentanti delle altre componenti del “popolo di Dio”: «Faranno l’obbedienza quando il Papa prenderà possesso di San Giovanni in Laterano, che è la Cattedrale di Roma – ha spiegato padre Lombardi -. Quando il Papa andrà alla Cattedrale di Roma, tra qualche settimana, allora invece saranno anche rappresentanti dei laici, delle persone impegnate, dei sacerdoti e così via, che faranno questo gesto di obbedienza al loro vescovo». 

Il Vangelo in greco, l’omelia in italiano

Il Vangelo sarà cantato in greco: è la “particolarità” di una messa che domani si svolgerà “normalmente”, ed è la messa solenne della festa di San Giuseppe. «Nelle grandi celebrazioni, anche a Pasqua, per esempio – ha ricordato padre Lombardi – c’è la tradizione di avere il latino e il greco per ricordare la Chiesa d’Occidente e la Chiesa di Oriente, le due grandi dimensioni della tradizione della Chiesa». «Per semplicità – ha commentato – il Vangelo viene cantato solo in greco, perché di latino ce n’è già molto, nel resto della messa». L’omelia del Papa, invece, sarà in italiano.

Il Pontefice non darà personalmente la Comunione, a distribuirla saranno i diaconi: in tutta la piazza saranno 500 i sacerdoti che distribuiranno l’Eucaristia. Per la musica si alterneranno il Coro della Cappella Sistina e il Coro dell’Istituto di Musica Sacra. All’offertorio verrà eseguito «un pezzo molto raro», composto da Pierluigi da Palestrina proprio per l’inaugurazione del pontificato, Tu est pastor ovium (“Tu sei il pastore delle pecore”). La messa si concluderà col Te Deum.

Motto e stemma

Il Papa ha deciso di confermare il motto che aveva come arcivescovo – Miserando atque eligendo -, tratto dalle omelie di San Beda il Venerabile, sacerdote (Om. 21; CCL 122, 149-151) che, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrive: «Vidit ergo lesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me» («Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi»). Questa omelia è un omaggio alla misericordia divina ed è riprodotta nella Liturgia delle Ore della festa di San Matteo.  

 Essa riveste un significato particolare nella vita e nell’itinerario spirituale del Papa. Infatti, nella festa di San Matteo del 1953, il giovane Jorge Bergoglio, a 17 anni, sperimentò in modo del tutto particolare la presenza amorosa di Dio nella sua vita. In seguito a una confessione, si sentì toccare il cuore e avvertì la discesa della misericordia di Dio, che lo chiamava alla vita religiosa sull’esempio di Sant’Ignazio di Loyola. Una volta eletto vescovo, in ricordo di tale avvenimento che segnò gli inizi della sua totale consacrazione a Dio, Bergoglio decise di scegliere, come motto e programma di vita, l’espressione di San Beda “Miserando atque eligendo”, che ha inteso riprodurre anche nel proprio stemma pontificio.

  Il IIl Papa conserverà «nei tratti essenziali» anche lo stemma che aveva come arcivescovo, caratterizzato da una lineare semplicità. Lo scudo blu è sormontato dai simboli della dignità pontificia, uguali a quelli voluti da Benedetto XVI. In alto campeggia l’emblema della Compagnia di Gesù: un sole raggiante e fiammeggiante caricato dalle lettere, in rosso, Ihs, monogramma di Cristo. La lettera H è sormontata da una croce; in punta, i tre chiodi in nero. In basso, si trovano la stella e il fiore di nardo. La stella, secondo l’antica tradizione araldica, simboleggia la Vergine Maria, madre di Cristo e della Chiesa; mentre il fiore di nardo indica San Giuseppe, patrono della Chiesa universale. Nella tradizione iconografica ispanica, infatti, San Giuseppe è raffigurato con un ramo di nardo in mano. Ponendo nel suo scudo tali immagini, il Papa ha inteso esprimere la propria particolare devozione verso la Vergine Santissima e San Giuseppe.

Le delegazioni

Giungeranno in Vaticano 132 delegazioni di Paesi, con 31 Capi di Stato, e 33 delegazioni di Chiese e confessioni cristiane. Il Papa saluterà le prime all’altare centrale, dopo essere rientrato in Basilica e aver deposto le vesti liturgiche. Le delegazioni delle varie Chiese cristiane e delle altre religioni saranno invece ricevute mercoledì alle 11. Tra le “personalità”, il patriarca Bartolomeo del Patriarcato ecumenico, il catholicos armeno di Echmiadzin, Karekin II, il metropolita Hilarion per il Patriarcato di Mosca e diversi altri. La delegazione ebraica sarà composta da 16 membri, rappresentanti sia della Comunità ebraica di Roma, sia dei diversi comitati ebraici internazionali, a cominciare dal Gran Rabbinato di Israele. Attese inoltre «delegazioni anche consistenti di musulmani, di buddisti, e anche alcuni rappresentanti sikh, giainisti». L’ordine delle delegazioni dei diversi Paesi e organizzazioni internazionali viene stabilito dal protocollo: prima i sovrani, poi i capi di Stato, poi i capi di governo e così via. “In prima fila” la delegazione dell’Argentina, con la presidente Kirchner e altre 19 “alte cariche” al seguito, e dell’Italia, rappresentata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la consorte, e da altre 16 persone tra cui il presidente del Consiglio, Mario Monti, e signora, i nuovi presidenti del Senato e della Camera.

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