A cinquant’anni dal pellegrinaggio di Papa Montini in Terra Santa, don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI di Brescia, spiega: «Quel viaggio ebbe il senso di un “andare” là dove tutto è cominciato e dove la vicenda storica cristiana, nei suoi conflitti, trova spazi privilegiati di dialogo e incontro»

di Annamaria BRACCINI

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Un pellegrinaggio che davvero segnò la storia. Dal 4 al 6 gennaio 1964 un Papa per la prima volta tornava nella terra di Gesù, come si approfondirà venerdì 15 novembre, a partire dalle 18, in un convegno promosso al Centro San Fedele di Milano dall’Arcidiocesi e dalla Custodia di Terra Santa.

Nella serata, che vedrà la presenza del cardinale Scola e di Dobromir Jasztal, vicario della Custodia di Terra Santa, sarà proposta anche la pellicola restaurata della cronaca di quel pellegrinaggio voluto e compiuto da Paolo VI, Giovanni Battista Montini, che fino a pochi mesi prima sedeva sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo. Se il suo fu un gesto grande profetico, come successore di Pietro, non vi è dubbio che le radici profonde di quella scelta furono anche di matrice ambrosiana.

«La sensibilità ecumenica di Montini si è formata, fin dai suoi anni romani giovanili, come assistente ecclesiastico della Fuci, ma ha avuto un impulso fondamentale nel periodo in cui egli fu Arcivescovo di Milano», sottolinea infatti don Angelo Maffeis, teologo e presidente dell’Istituto Paolo VI di Brescia, che interverrà al convegno col vaticanista Andrea Tornielli.

Prosegue don Maffeis: «Nella grande Diocesi ambrosiana, interlocutore di Montini fu in particolare il mondo protestante. Un colloquio che l’Arcivescovo legava soprattutto alla posizione, geograficamente strategica, di una Milano situata tra Roma il Nord Europa e che, quindi, poteva essere come un “ponte” tra il cattolicesimo e la tradizione protestante. Non possiamo dimenticare i contatti personali che, pur tra le mille difficoltà preconciliari relative all’ecumenismo, il futuro Paolo VI ebbe e portò avanti, specie con ambienti anglicani. Potremmo anche citare l’amicizia che coltivò col teologo protestante Oscar Cullmann. Inoltre, nel 1960, a Villa Cagnola di Gazzada si riunì la Conferenza Cattolica per le Questioni Ecumeniche, un organismo franco-belga che pose le basi per l’articolarsi successivo dell’ecumenismo cattolico. In quell’occasione, durante i lavori vi fu una presenza di Montini, mentre al Centro milanese di San Fedele si realizzava un primo contatto tra il cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, e il Segretario del Consiglio Ecumenico delle Chiese, Willem Visser T’hooft, per un eventuale invito di osservatori non cattolici al Concilio. È evidente come Montini non potesse essere estraneo alla preparazione di tali incontri».

Quale fu il senso complessivo del pellegrinaggio?
Certamente il viaggio è stato un elemento caratteristico del pontificato di Paolo VI, che venne eletto a «Concilio aperto». In una delle prima Lettere scritte alla Diocesi ambrosiana dall’Assise conciliare, è interessante vedere come egli annotasse: «Abbiamo visto la Chiesa». Dunque, fin dall’inizio si pone la questione di come “comporre” la pluriformità, anche dal punto di vista spirituale. La riposta montiniana è in un ritorno alle sorgenti della fede: si può comprendere appieno il viaggio del 1964 solo se lo si legge, appunto, come un “andare” là dove tutto è cominciato, nei luoghi di Gesù, della sua incarnazione e dai quali si è irradiata la missione apostolica. Non a caso, anche i luoghi dove la vicenda storica cristiana, nei suoi conflitti, trova spazi privilegiati di dialogo e incontro.

Pensiamo allo storico abbraccio col Patriarca di Costantinopoli Atenagora…
Sì, sono immagini che ancora oggi rimangono come un’icona del mutamento e dello sviluppo dell’atteggiamento ecumenico della Chiesa cattolica, perché “dicono” il risultato di un lungo cammino. La felice scelta ci indica qualcosa di significativo e profondo: la superiorità e il carattere fondamentale del messaggio evangelico di fronte alle forme in cui le Chiese lo testimoniano. Da qui, la Terra Santa dove ritrovare le radici comuni e ristabilire la comunione.

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