Il pedagogista Mario Pollo sul messaggio dei vescovi in vista della scelta di avvalersi dell’Irc nell’anno 2013/2014

a cura di Giovanna Pasqualin TRAVERSA
Agenzia Sir

Scuola cattolica

Un “luogo di ascolto” dei giovani e un “aiuto” per suscitare in loro, anche se non credenti, gli interrogativi radicali sull’uomo. Così il pedagogista Mario Pollo, presidente del corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche alla Lumsa di Roma, commenta il messaggio diffuso oggi dalla presidenza della Cei in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) nell’anno scolastico 2013-2014.

I vescovi definiscono l’Irc «un’opportunità preziosa nel cammino formativo»…
Esso può costituire un’esperienza significativa per gli studenti, sia credenti, sia non credenti, se diventa luogo in cui il ragazzo può confrontarsi con alcune dimensioni della vita che nelle altre discipline sono presenti in modo marginale o frammentato L’insegnante deve però riuscire a suscitare nei giovani delle domande. Rispetto ai grandi temi della vita – nascita, senso della sofferenza e della morte, amore, felicità, rapporto uomo/donna, lavoro – non è importante offrire risposte, quanto aiutarli a formulare interrogativi. Spesso le nostre risposte sono inefficaci perché preconfezionate, non provocate da alcuna domanda. Questi temi – che interpellano giovani credenti, non credenti o che hanno momentaneamente accantonato la dimensione religiosa della propria vita – non vanno elusi. Anziché occuparsi solo di ciò che è in voga nel dibattito culturale del momento, interrogarsi ad esempio sul senso della morte fa nascere la ricerca e il confronto. Una riflessione che, al di là della riuscita o meno nell’educazione alla fede, contribuisce comunque alla costruzione di una persona più ricca e completa dal punto di vista umano.

Coltivare sogni autentici: è così difficile per i giovani oggi?
I sogni autentici sono quelli che non muoiono all’alba, quelli che inducono a rimboccarsi le maniche per realizzarli. Non sono spinte all’evasione o alla fuga, bensì all’azione. Significa coltivare ideali, progetti, magari anche utopie, ma che orientino l’agire quotidiano. Oggi occorre educare i giovani non ad accontentarsi dell’hic et nunc, di ciò che è possibile, ma ad aprire la mente e il cuore a orizzonti alti, a impegnarsi nel quotidiano per i propri ideali.

Perché lei parla di Irc come “luogo di ascolto”?
Nella nostra epoca, in cui l’orizzonte della maggioranza dei ragazzi è centrato sul presente mentre il futuro è rimosso o percepito come minaccioso, è urgente aiutarli a progettare una vita che dia senso al loro esistere e li apra al futuro. A questo fine occorrono anzitutto insegnanti capaci di mettersi in ascolto e dialogo, ma non basta parlare del quotidiano dei ragazzi senza la capacità di inscriverlo in un orizzonte più ampio, come non è sufficiente una meccanica riproposizione di contenuti. Occorre autentica capacità educativa perché ciò di cui il mondo ha oggi bisogno, e lo ribadisce il Papa in questo Anno della fede, è la testimonianza credibile: la coerenza tra l’enunciato e il vissuto del docente.

Come acquisire questa capacità educativa?
Attraverso un percorso “esistenziale” di profonda formazione, anche umana, che vada oltre le regole della didattica o lo studio dei contenuti da proporre. Esso coinvolge anche la dimensione emotivo-affettiva che deve essere educata e vissuta in congiunzione con i propri saperi a livello cognitivo. Un percorso che a oggi ancora non esiste nei normali programmi formativi degli istituti di Scienze religiose e delle Facoltà universitarie. Se la dimensione “umana” di chi comunica il messaggio è rattrappita o “in difesa”, quest’ultimo, nonostante il suo splendore, rischia di rimanere intrappolato”.

La religione cattolica è anche patrimonio culturale e segno di identità…
In una realtà globalizzata in cui le identità tendono a indebolirsi e fra.mmentarsi, la radice di una identità storico-culturale è fondamentale per innervare la ricerca della risposta alla domanda: chi sono io? Il cristianesimo rappresenta una dimensione costitutiva della nostra identità. In un mondo che tende a privare i più giovani di memoria, ad omogeneizzare il passato e a cancellare i riferimenti alla propria tradizione culturale, i ragazzi devono entrare in contatto con la loro identità. Lo studio della religione cattolica diventa allora un modo per esprimere questa tradizione che continua a vivere nel presente. Non posso condividere le scelte di alcune nostre scuole di non allestire il presepe o non insegnare ai bambini i canti della nostra tradizione natalizia per non offendere gli alunni di altre religioni. In questo modo non vengono privati di radici solo gli autoctoni, ma anche i figli degli immigrati che pur provenendo da tradizioni culturali diverse, per rendere feconde le loro radici devono innestarle in quelle del Paese in cui si trovano a vivere. Senza questo “innesto” rischiano lo spaesamento, il sentirsi in ‘nessun luogo’. Il cristianesimo, del resto, innerva tutta la produzione artistico-culturale dell’Italia e dell’occidente; un patrimonio poco comprensibile a chi non conosce i contenuti e i simboli della fede.

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