Iniziative sul territorio che condividono l’ispirazione del Fondo Famiglia Lavoro: sui Navigli un quartiere studiato per favorire la convivenza; ad Arosio la parrocchia paga parte dei contributi in luogo del datore di lavoro; a Lecco si punta a nuovi impieghi; ad Azzate si favoriscono i tirocini

Arosio_Doniamo lavoro

In concomitanza con la seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro, sul territorio ambrosiano sono state attivate oppure rilanciate con nuove modalità diverse iniziative locali che condividono l’ispirazione e gli obiettivi del progetto diocesano, con finalità a favore delle famiglie o destinate al sostegno dell’occupazione. Ne presentiamo alcune.

Navigli: con l’Alveare un quartiere più vivibile

Mettere insieme due difficoltà e farne un’iniziativa vincente. Potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il filo rosso che è riuscito a legare persone che hanno perso il lavoro e altre (specie anziane) che vivono magari con la pensione sociale. Per la serie: a volte, la fantasia della carità e il «bene fatto bene» creano miracoli anche di convivenza e amicizia civica.

La storia non è certo straordinaria: circa due anni fa i componenti del Consiglio pastorale della parrocchia Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, decanato Navigli alla periferia sud di Milano, si sono messi intorno a un tavolo, ponendosi la classica domanda «che fare?» di fronte a chi, sempre più spesso disoccupato, bussa al Centro di ascolto. Nasce così l’Associazione Alveare, con una scelta sinergica e virtuosa che fa capo ai volontari e ai tanti che danno una mano in questa parrocchia, peraltro già attiva nell’orientare quanti ne hanno i requisiti verso il Fondo Famiglia Lavoro e inserita da tempo in questo circuito.

«Ciò che vogliamo fare è aiutare chi ha perso il lavoro, ma spesso anche fiducia e visibilità sociale, perché il disagio economico porta con sé drammi di isolamento – dice Luca Maiocchi, di professione ottico e chiamato dal parroco, don Walter Cazzaniga, a guidare l’Associazione -. Il nostro “Alveare” vuole essere un “pronto soccorso” di prima accoglienza senza pretendere di risolvere ogni difficoltà», continua.

Come si concretizza il vostro sostegno?
L’idea è semplice. Per esempio, arrivano un imbianchino o un idraulico che cercano lavoro e noi sappiamo che nel territorio della parrocchia ci sono persone, soprattutto gli anziani, che non possono permettersi il costo di una riparazione nell’appartamento o di un rifacimento dell’intonaco. Mettiamo allora in contatto le due esigenze. L’operazione è a costo zero per chi riceve il servizio in quanto è la parrocchia, tramite l’Associazione, che assicura la retribuzione per l’opera prestata.

Da dove vengono i denari necessari per tutto questo?
Nel corso del 2013 abbiamo ricevuto un buon numero di donazioni provenienti da cittadini e parrocchiani che hanno apprezzato il lavoro delle nostre “apine”, come le definiamo in riferimento proprio a un alveare, che sottolinea l’importanza di un duplice risultato raggiunto. È bello pensare che oltre alla dignità di uomini e donne che si sono rivolti al nostro sportello, abbiamo ripristinato una maggiore vivibilità del quartiere che è stato ripulito in alcuni suoi spazi comuni da persone che hanno così ritrovato, anche solo se per qualche tempo, un’occupazione. Con l’Associazione abbiamo sostenuto circa duecento richieste di lavoro.

Quale è il profilo di chi si rivolge ad Alveare?
Vediamo sempre più italiani, uomini tra i trenta e i quarant’anni, spesso separati o comunque con famiglie monoreddito, che si propongono anche con alte professionalità, ma che trovano nel mercato del lavoro, per la crisi e la loro età, ovunque le porte chiuse».

Annamaria Braccini

Arosio “dona” lavoro

L’idea di trovare un metodo innovativo per sostenere l’occupazione giovanile ad Arosio, località di cinquemila abitanti in provincia di Como, a don Angelo Perego è venuta un po’ per caso: «Lo scorso autunno – ricorda il parroco -, un collaboratore dell’oratorio, di professione autotrasportatore, raccontava a un artigiano del nostro desiderio di aiutare i giovani disoccupati. Il suo consiglio è stato: “Provate a ridurre le tasse in carico al datore di lavoro”». La parrocchia Santi Nazaro e Celso ha colto la sollecitazione con entusiasmo, avviando il progetto “Doniamo lavoro” e istituendo un fondo (oggi giunto a 36 mila euro) da cui attingere per assegnare un benefit del 20% sulla contribuzione alle aziende locali che assumono giovani disoccupati tra i 18 e i 29 anni.

Aggiunge la vicepresidente provinciale delle Acli Marina Consonno: «Caritas, Comune, Parrocchia e noi ci siamo uniti per tentare di spezzare la catena della disoccupazione, che porta ai giovani disagi non solo economici, ma anche interiori». Ben consapevoli che «questo progetto non è una panacea – aggiunge Consonno -, ma vorremmo che aiutasse i cittadini a mettersi in gioco, muovere le acque, tenere alta l’attenzione su un problema scottante».

Quaranta giovani hanno chiesto aiuto per trovare lavoro: uno è stato assunto in un’officina meccanica, altre sei aziende si sono dette interessate nel breve periodo. «Gli incentivi previsti dal governo sono solo per chi assume a tempo indeterminato – precisa Consonno -. E in questo periodo è difficilissimo che una piccola azienda o un artigiano scelgano questa formula. Piuttosto, non assumono». Allora, con la tipica praticità lombarda, la parrocchia di Arosio ha scelto «di sostenere anche le assunzioni a tempo determinato. Per tanti giovani – sostiene ancoraConsonno – è importante lavorare anche solo per qualche mese, piuttosto che entrare in un vortice negativo nei confronti dell’occupazione». Ai fini di un impiego più costante sono allo studio corsi di formazione mirati alle esigenze delle aziende, a fronte della promessa di una successiva assunzione.

«Il Comune di Arosio ha aderito con entusiasmo e spirito di sussidiarietà a questa iniziativa – spiega il vicesindaco Alessandra Pozzoli -, con un contribuito al fondo e uno sportello per affiancare i giovani nella stesura dei curriculum, a cui le aziende del territorio possono rivolgersi per trovare dipendenti». Ma il problema è, e rimane, la mancanza di lavoro: «È preoccupante che siano la Caritas e il Comune a doversi impegnare per aiutare i giovani». Diverse le iniziative che vedono collaborare le due istituzioni: «Tra queste gli orti sociali, la gestione del fondo emergenze sociali, il banco alimentare». Proprio la recente raccolta alimentare lascia immaginare che, forse, il progetto “Doniamo lavoro” ha ricadute che vanno al di là dei risultati primari. «In provincia si è registrato un calo del 16% degli alimenti donati, ad Arosio invece c’è stato un leggero aumento – rileva don Perego -. Credo che la sensibilizzazione sul tema-lavoro abbia contribuito a sollecitare la generosità dei cittadini».

Filippo Magni

Lecco: obiettivo, l’assunzione regolare

Il Fondo solidarietà al lavoro di Lecco è stato avviato nel febbraio del 2011 e finora ha raccolto circa 300 mila euro, con 46 persone assunte regolarmente più altre 23 che, essendo entrate in questo contesto, hanno potuto godere delle opportunità offerte senza però “pesare” sulle casse del Fondo stesso. Matteo Ripamonti, 63 anni, ex tecnico metalmeccanico ed ex segretario della Fim/Cisl di Lecco, proveniente dall’associazione volontari Caritas (presieduto da Giovanni Calvi), è il gestore dell’iniziativa di solidarietà. Spiega: «Siamo soddisfatti di quanto siamo riusciti a ottenere finora. Abbiamo trovato posti di lavoro per badanti o presso aziende anche senza il contributo del Fondo e questo è un grande successo».

Il Fondo lecchese è stato promosso dalla Caritas zonale, dal Consorzio Consolida e dalle sette parrocchie del capoluogo lariano. «L’esperienza va avanti – prosegue Ripamonti -. Ci sono persone che sono state assunte e che continuano a lavorare a tre anni di distanza dall’apertura del progetto. Altri hanno avuto accesso al sussidio di disoccupazione dopo l’impiego. Ora stiamo avviando nuove assunzioni, anche se la spinta maggiore, in termini di contributi economici e di lavori trovati, è stata registrata nella fase iniziale. La crisi si sente, però, e le donazioni non sono più moltissime».

La difficoltà maggiore, tuttavia, si riscontra, più che nel reperire i fondi, nel dare lavoro a chi lo chiede: «I soldi si recuperano – ammette Ripamonti -, ma trovare il lavoro con un’assunzione vera e propria è difficile. Borse lavoro, tirocini, lavoretti saltuari si individuano; più complicato è giungere ad assunzioni regolari. Anche perché, dietro ogni assunzione, ci sono assegni familiari, accesso alla legge 104 (che dà diritto a trattamenti particolari nel caso in cui si abbiano a carico disabili o parenti ammalati), sussidio di disoccupazione (se hai maturato almeno 12 mesi di lavoro negli ultimi due anni) e tutti gli altri diritti spettanti a un lavoratore dipendente».

L’identikit del richiedente è molto variegato: «Si è evoluto. Nel 2011 i primi ad arrivare sono stati gli stranieri. Subito dopo le persone seguite un po’ “cronicamente” dai Servizi sociali. Ora sta aumentando velocemente il numero dei lecchesi: gente che ha perso il lavoro, in primis, e che ha esaurito tutti gli ammortizzatori sociali e le riserve finanziarie che aveva a disposizione. Arrivano superando la difficoltà della vergogna nella terra del lavoro e della disoccupazione zero».

L’appello di Ripamonti è accorato: «Il Fondo vive e va mantenuto per dare dignità ai bisogni, che non sono solo economici. Nei prossimi anni, tra l’altro, ci sarà il problema dei 55enni, poveri non solo economicamente, ma anche in termini di relazioni, esperienze, conoscenze, autostima… Nei prossimi anni l’emergenza lavorativa saranno loro».

Marcello Villani

Azzate: favorire i tirocini

Tredici tirocinanti con un esborso di oltre 11 mila euro. È il bilancio del progetto «Tirocini» lanciato dal Decanato di Azzate circa due anni fa, in parallelo alla seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro, per venire incontro alle famiglie in grave difficoltà a causa della perdita dell’impiego.

Il Decanato di Azzate, composto da 13 parrocchie con circa 23 mila persone, si è mobilitato per concretizzare e sostenere l’iniziativa. Le Caritas e le Acli hanno toccato con mano la fatica drammatica delle famiglie senza lavoro, la vergogna di chiedere aiuto, la solitudine, la perdita di dignità. «Sempre più la richiesta è stata non solo per un aiuto saltuario – spiega Luigi Bossi, responsabile all’epoca del progetto -, ma piuttosto un lavoro, in quanto persone capaci di reddito per sé e per i propri cari».

Queste continue richieste hanno portato allo sviluppo di un’iniziativa che ha visto coinvolti la Caritas decanale, le Amministrazioni comunali attraverso i Servizi sociali, le cooperative sociali e le aziende private. «In sostanza – continua Bossi – è stato creato uno strumento di solidarietà che ha permesso alle persone di effettuare tirocini nelle cooperative o nelle aziende con rimborsi spese di 300 euro a cura della Caritas».

I Servizi sociali si sono occupati di stipulare la convenzione tra le parti facendosi carico dell’Inail. «Questo progetto non aveva la pretesa di risolvere i problemi – sottolinea Bossi -, ma voleva essere, in un tempo di crisi economica così forte, una testimonianza concreta della solidarietà e uno strumento a servizio di tutto il Decanato per partecipare insieme alla restituzione della dignità a queste persone attraverso il lavoro».

I tirocini, che si sono esauriti con il 2013, hanno coinvolto numerose aziende del territorio, che hanno avuto modo di valutare i lavoratori tirocinanti per tre mesi a part-time. La Commissione tirocini della Caritas decanale si era orientata esclusivamente a favore di quelle famiglie nelle quali i potenziali lavoratori o lavoratrici avessero buone capacità lavorative, senza particolari disagi. Il tirocinio, in sostanza, aveva lo scopo di far sì che le aziende potessero valutare le persone per tenerle presenti al fine di un eventuale inserimento lavorativo.

 Veronica Todaro

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