Monsignor Erminio De Scalzi ha presieduto la celebrazione eucaristica vigiliare in Cattedrale: ai piedi dell’altare maggiore l’urna del Santo dei giovani, a cui ha affidato le famiglie e il dramma della mancanza di lavoro

di Annamaria BRACCINI

don bosco duomo

Una celebrazione «che non è un richiamo nostalgico al passato, ma un forte invito per l’oggi a fare nostra la passione educativa per i giovani che ha contrassegnato tutta la vita di don Bosco». Monsignor Erminio De Scalzi presiede l’Eucaristia vigiliare in Duomo, nel sabato in cui l’urna di San Giovanni Bosco è entrata trionfalmente a Milano, accompagnata da migliaia di persone in ogni momento di questo primo, straordinario, giorno.
La Cattedrale, che già nel pomeriggio ha visto la presenza di un fiume di fedeli per la preghiera con i ragazzi degli oratori, le catechiste e i catechisti, è gremita: sotto le navate si stenta a trovare un posto. L’urna, da qualche ora ai piedi dell’altare maggiore, viene incensata da monsignor De Scalzi, al quale sono accanto oltre venti concelebranti: tra loro anche don Claudio Cacioli, superiore dell’Ispettoria della Lombardia e dell’Emilia Romagna, le cui diocesi verranno tutte visitate dalla peregrinatio delle reliquie, a partire proprio dalla Chiesa ambrosiana. Un viaggio di respiro mondiale, iniziato nel 2009 e che si concluderà nel 2015, per il bicentenario della nascita di Don Bosco, dopo aver toccato i 132 Paesi dei cinque continenti nei quali sono presenti i Salesiani.
Il saluto di benvenuto al vescovo De Scalzi è dell’arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, che così si riferisce a lui: «Essendo Vicario episcopale per i Grandi Eventi e gli incarichi speciali, egli è qui a rendere grande l’evento della peregrinatio che stiamo vivendo».
Se Don Bosco fu più volte a Milano – celebre la visita del 1886 all’allora arcivescovo Nazari di Calabiana, immortalata da una targa marmorea in Curia -, come ricorda De Scalzi in apertura della sua omelia, tornare oggi in Duomo, «nel cuore della nostra Chiesa», ha un sapore tutto particolare. Lo nota il Vescovo alludendo alla reliquia, la mano destra del Santo, custodita nell’urna: «Era quella con cui benediceva, scriveva le sue Costituzioni, la stessa che sottoscrisse il primo contratto di apprendistato nella storia del mondo del lavoro». Il pensiero va appunto al lavoro, a quello che non c’è e che «incide moltissimo sulla struttura della personalità dei giovani», perché «crea incertezza, mancanza di progettualità, indecisione negli affetti», mettendoli di fronte «a percorsi infiniti e, spesso illusori, di preparazione», generando «paura delle responsabilità, consumo di energie psichiche, consumazione degli affetti in esperienze di breve termine». Per questo Don Bosco sarebbe certo preoccupato dell’attuale condizione giovanile, così come tanti educatori e genitori presenti in Duomo. Ai quali monsignor De Scalzi si rivolge idealmente e concretamente, in riferimento alla Parola di Dio per la Festa liturgica della Presentazione di Gesù al Tempio nella quale ricorre la Giornata per la Vita.
Simeone e Anna, i due anziani che hanno riconosciuto il Signore al tempio, sono esempio di serenità e di luce, quella che nasce dalla Luce del Messia, data ai genitori a ogni battesimo di bimbo che diventerà adulto portando sempre nel cuore l’impronta della sua famiglia. Non a caso Johannes Jørgensen iniziò la biografia di Don Bosco scrivendo: «In principio era la madre». Mamma Margherita, che insegnò al Santo le preghiere da recitare coi fratelli, che ne sostenne per prima la vocazione, che l’accompagnò all’Ordinazione sacerdotale. «Mi convinco sempre più – conclude monsignor De Scalzi – che quello che un ragazzo sa viene da molteplici agenzie – la scuola, la strada, gli amici, la tv -, ma quello che è e sarà viene dalla sua famiglia». Da qui l’invocazione perché don Bosco, al quale affidare nella preghiera anche il problema del lavoro, protegga le famiglie, risorsa fondamentale: «Tale la famiglia, tale la città e la comunità cristiana».

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