Redazione

Ci sono persone che impegnano la loro vita con passione, silenziosamente e quotidianamente, che si nutrono di coerenza, amore per il prossimo, dedizione per il proprio lavoro e per il proprio servizio. A volte la vita o la morte li costringe ad emergere da questo fedele impegno. E allora conosciamo i loro nomi, i loro volti, le loro storie. Uno di queste persone era Nicola Calipari che con la sua grandezza d’animo ha saputo testimoniare quello che è il significato dell’essere pronti. La sentinella non perde mai la speranza, fiduciosa che il mondo sarà davvero migliore di come è oggi. E per fare questo c’è necessità di mettersi in discussione fino in fondo.

di Nello Scavo
da “Avvenire” dell’8.3.2005

Aveva 16 anni Nicola Calipari quando a Reggio Calabria scoppiò il più violento moto popolare della storia della Repubblica. «Me lo ricordo quel ragazzo serio e simpatico. Discreto e prudente. Non si faceva contagiare dal rancore diffuso». Monsignor Salvatore Nunnari, oggi arcivescovo di Cosenza-Bisignano, a quel tempo era il giovane sacerdote delegato dal vescovo a occuparsi del gruppo scout, che con l’Azione cattolica era il fiore all’occhiello del mondo ecclesiale reggino. Erano i mesi incendiari del «Boia chi molla – Reggio capoluogo!».

Il motivo scatenante dell’insurrezione fu la sottrazione a Reggio Calabria del titolo di capoluogo di regione in favore di Catanzaro. La gente per mesi in piazza a fare barricate, ad assaltare questura e prefettura. E Nicola con i suoi 16 anni e il gruppo di scout, a dare l’esempio contrario: nonviolenza e attivismo sociale. Per convincere che non era quello il modo di rivendicare neanche il più sacrosanto dei diritti.

La rivolta esplose il 13 luglio 1970, in piena crisi di governo, e durò fino al marzo 1971, con strascichi fino al 1973. Ferite che resteranno vive a lungo. Ed èalle parrocchie che tocca ricostruire un tessuto di relazioni pacifiche, fondate sul rispetto della legalità, sulla capacità di aggregarsi per far valere diritti e insieme suggerire progetti di vero rilancio economico e sociale.

«Nicola studiava al liceo cittadino – ricorda Nunnari -, con sé portava sempre quel fazzoletto dei neosploratori e delle guide scout. C’era scritto “estote parati”, cioè siate pronti, preparati, ed esprime la disponibilità ad essere sempre pronti ad aiutare gli altri con competenza». Due parole che per Calipari saranno la lancetta della bussola che indica il Nord. «Èstato così fino alla fine – commenta l’arcivescovo ricordando con commozione quel liceale -. Una vita spesa sforzandosi di farsi trovare sempre pronto e competente».

L’ultima volta Nunnari ha incontrato Calipari a Roma nel 2004, per festeggiare la laurea in Teologia morale del fratello don Stefano. «Era allegro, felice con i familiari. Ho ripensato a lui durante i funerali, ai nostri primi incontri con gli scout reggini, e poi quella carriera tutta al servizio, sempre in coerenza con quell’“estote parati”».

Se la ricorda l’arcivescovo la città in punta allo Stivale nella quale Calipari matura la sua vocazione di uomo dello Stato. Dei 170 mila abitanti il 31% erano analfabeti; 12 mila abitavano in baracche messe insieme dopo il terremoto del 1908; il 40% aveva un lavoro solo occasionale. Invece l’amministrazione pubblica era ingolfata da 20 mila impiegati accusati di non riuscire ad offrire servizi decenti.

Negli anni successivi Calipari e gli scout saranno in prima linea, promotori di una cultura nuova, fatta di protagonismo e responsabilizzazione delle nuove generazioni, «senza mai abbandonarsi alle chiacchiere – insiste Salvatore Nunnari -, quei ragazzi preferivano agire, vedere di persona, discutere e dedicarsi ai “lontani”. Non si tiravano mai indietro e Nicola, pur giovanissimo aveva già una personalità definita: preciso, attento, si offriva gratuitamente. Non cercava gratificazioni». Appunto, estote parati. Fino alla fine.

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