Redazione

Mary, 23 anni, nigeriana, vive con il piccolo Henry, nato in settembre a Varese dove la madre ha trovato asilo presso le suore della Riparazione. Mary ha lasciato il suo Paese per sfuggire a un sistema di pratiche rituali che avrebbero sottoposto il bambino a pericolose mutilazioni. Ha trovato nuovi amici in Italia, ma la nostalgia per il Natale africano rimane tanta.

di Maria Teresa Antognazza

Mary è sbarcata all’aeroporto internazionale di Malpensa alla fine di settembre, tra mille ansie e una grandissima preoccupazione per il futuro del bambino che portava in grembo. Il pancione non lasciava dubbi: fuggita una settimana prima dalla Nigeria, la giovane stava per dare alla luce il suo primogenito, un maschietto.
Uno sguardo che tradisce una maturità e una capacità di affrontare i guai della vita ben superiori all’età anagrafica (23 anni), ora Mary fa i conti con una drammatica realtà: fuggita dal suo Paese e dalla sua famiglia, è rimasta completamente sola ed è l’unica salvezza concreta per il piccolo Henry.
Nessuno in Africa sa dove si trovano ora, unico modo per sfuggire a un sistema di pratiche tradizionali e rituali che l’avrebbe costretta a sottoporre il suo bambino a pericolose mutilazioni. Lei ha avuto paura e, per amore del figlio, ha preferito lasciare tutto e scappare in Italia, sperando nell’asilo per motivi umanitari.

Il sistema di accoglienza dei profughi, messo a punto nel Varesotto in perfetta sintonia da Prefettura, Questura, Centro italiano rifugiati e Caritas Ambrosiana, ha subito preso in carico la giovane madre. Mani e volti amici, finalmente, dopo il viaggio della paura. Altri erano pronti ad accoglierla a Varese, dove la Caritas, attraverso la cooperativa “Querce di Mamre” gestisce il centro rifugiati per donne e bambini.
La casa e la passione sono quelle delle suore della Riparazione, che in via Luini hanno trasformato l’istituto dell’Addolorata in un vero approdo per tutte le fatiche dell’umanità: mensa serale per i poveri, ospitalità per stranieri e ora centro di pronta accoglienza per asilanti.

«Tre giorni dopo essere arrivata in casa nostra – spiega madre Augusta, la superiora -, Mary ha avuto le doglie del parto e nottetempo l’ho accompagnata all’ospedale Del Ponte, dove è nato il suo bambino. Tutte le ragazze ospiti del centro facevano a turno per andarla a trovare, per farla sentire meno sola e dimostrarle un po’ di affetto, dopo tante tribolazioni».
Oggi Mary ed Henry guardano alla vita con un filo di serenità: con grande tenerezza lei lo allatta e risponde volentieri alle nostre domande. Le è vicina e fa da “traduttrice” la prima “amica”, Kipy, anche lei rifugiata politica: è scappata dalla Sierra Leone e oggi vive dalle suore con la sua bambina; il prossimo sarà il suo terzo Natale a Varese. In via Luini c’è la sua nuova famiglia, le suore, gli operatori della cooperativa sociale… Qui c’è anche il suo lavoro: sta vicina alle altre donne, da amica, se possibile, con un ruolo da mediatrice culturale. Per loro traduce e spiega; le accompagna dal medico, negli uffici pubblici, segue la gestione del centro, organizza i turni per le pulizie, predispone l’occorrente per i pasti.

Mary e Kipy si intendono bene, e mettono ognuna un po’ dei propri pensieri per raccontare come sarà questo nuovo Natale, tanto lontane da famiglia e patria. «Mi sento bene adesso – confida la neomamma nigeriana mentre culla Henry, tranquillo dopo la poppata -. Qui mi sento al sicuro e con me il mio bambino. Spesso, però, penso a casa, a mio marito che non ha mai visto il nostro bambino. Per la sua nascita ci sarebbe stata una grandissima festa. E anche a Natale: sarebbero venuti a casa nostra tutti i parenti, e sarebbero rimasti per festeggiare anche il mio compleanno, che cade il 1° gennaio. Invece questa volta non ci sarà nessuno: solo io ed Henry».
Poi lei e Kipy fanno a gara a ricordare usanze e abitudini della festa africana: «Per Natale ci sono dolci e tradizioni speciali – dice Mary -, qui invece non so come sarà la festa. Da noi tutta la gente si raduna nelle case, si scambiano i regali, ci sono molti canti natalizi e la messa della notte di Natale è piena di balli e canti».
Anche Kipy ha tanti aneddoti da raccontare: «In questa casa facciamo una bella festa per Natale, con tutte le ragazze, sia quelle presenti in quel momento, sia tutte quelle che se ne sono già andate. Tutte tornano molto volentieri. Le suore ci portano tanti regali e poi per tutta la giornata facciamo balli e canti».

Ma non c’è paragone con la festa in Sierra Leone: «Dopo gli anni bruttissimi della guerra, in cui nessuno poteva uscire di casa ed era pericoloso radunarsi anche nelle chiese perché i ribelli venivano e bruciavano tutti, dopo il 2001 abbiamo potuto tornare a far festa. La sera di Natale si va in chiesa dalle 9 alle 12 e tutti portano frutta, dolci, caramelle per i bambini; poi torniamo anche la mattina dopo, per la messa delle 10. Dopo la messa si danno tutti i regali. La festa nelle case è a base di cibi speciali, che negli altri giorni non ci possiamo permettere e c’è anche il dolce tipico, a base di banane».
Balli e canti sono i protagonisti del Natale africano: Kipy si entusiasma e ha tanta nostalgia nel raccontare la tradizione dei giorni che precedono Natale quando si gira per le case, cantando brani natalizi sotto le finestre. I preti, le suore, le persone della parrocchia, tutti partecipano a questo scambio di auguri con le candele in mano. E nessuno resta chiuso in casa: le finestre e le porte si aprono, nel pieno della notte, per partecipare alla festa.

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