Redazione

“Aggiungi un posto a tavola” quest’anno raddoppia: a Natale immigrati in difficoltà nelle case dei milanesi; il primo gennaio italiani che vivono il disagio ospiti di egiziani, pachistani e romeni. Massimo Todisco, presidente dell’Osservatorio di Milano: «Vogliamo contribuire a rompere le barriere e facilitare il dialogo, restituendo dignità alle persone che vengono dalla guerra e dalla miseria».

di Cristina Conti

Accogliere il prossimo nella propria casa. Farlo mangiare con noi, al nostro stesso tavolo. Questo è l’invito che anche quest’anno l’Osservatorio di Milano rivolge alle famiglie della diocesi di Milano per il giorno di Natale. Un atto di vera solidarietà verso chi è povero e solo. Si chiama “Aggiungi un posto a tavola” e quest’anno raddoppia. A Natale immigrati in difficoltà nelle case dei milanesi; il primo gennaio milanesi con le stesse difficoltà ospiti di egiziani, pachistani e romeni.
«Vogliamo contribuire a rompere le barriere e facilitare il dialogo, restituendo dignità alle persone che vengono dalla guerra e dalla miseria», spiega il presidente dell’Osservatorio, Massimo Todisco. Il primo esperimento risale al 1996. Prima solo nella diocesi di Milano, poi per alcuni anni anche in quella di Roma in collaborazione con la Caritas locale, e adesso solo a Milano. Per un totale di 1.500 famiglie che hanno festeggiato il Natale con oltre 2 mila stranieri.

Il 60 per cento delle persone che vengono ospitate sono straniere, di varia nazionalità: africane, dell’Est Europa e dell’America Latina. Ma c’è anche un buon 40 di italiani, soli, che hanno perso il lavoro e che non hanno più una casa.
«Si tratta di persone “sicure”. Provengono tutti dai dormitori della Caritas e in 10 anni non abbiamo mai avuto un furto o un atto di violenza», aggiunge Todisco. Solo il primo anno le famiglie milanesi hanno ospitato senza tetto che vivono per le strade cittadine. «È stata una bella esperienza: hanno aderito 60 persone e altrettante famiglie. Ma adesso è troppo pericoloso», precisa Todisco.
La procedura di reclutamento delle persone avviene così: nei dormitori vengono preparati cartelli che spiegano cos’è l’iniziativa e poi chi vuole si iscrive. Quest’anno l’invito è particolarmente rivolto ai profughi che hanno chiesto asilo politico. «Il cuore dell’uomo è bello e generoso, ma bisogna scrostare prima di farlo apparire nella sua bellezza», aggiunge il presidente dell’Osservatorio di Milano.

Intanto le famiglie italiane possono segnalare la loro disponibilità a ospitare al numero 02.57.30.17.21. «Generalmente gli italiani che decidono di collaborare con questa iniziativa sono di due categorie. Da un lato ci sono gli anziani soli, che cercano nel prossimo, a prescindere dalla nazionalità o dall’estrazione sociale, un po’ di compagnia. Dall’altro ci sono le famiglie numerose, che cercano di dare il buon esempio ai figli, facendo loro toccare con mano cosa sono realmente l’accoglienza e la solidarietà», sottolinea Todisco.
Ma tra coloro che hanno aperto le loro porte ai poveri ci sono stati in passato anche un nobile romano, due giornalisti e un magistrato. Per chi abita fuori Milano è necessario venire a prendere il proprio ospite e portarlo a casa, mentre per chi abita in città viene messo a disposizione un pullman da parte delle Ferrovie Nord, che consente a Todisco di accompagnare i poveri direttamente dalle famiglie.

In molte case prima dell’arrivo dell’ospite ci si informa sulla sua nazionalità e sulla sua età per scegliere il menù, ma anche per preparare un regalino. E talvolta anche gli stessi immigrati portano un regalo alle famiglie che li ospitano in segno di gratitudine.
Ma l’atto d’amore non si ferma certo a tavola e dopo la condivisione del pasto nascono storie di amicizia e solidarietà che durano nel tempo. «Si tratta di uno scambio di calore umano non di un semplice piatto di lasagne», chiosa Todisco. E le storie di solidarietà si moltiplicano. Come quella signora settantenne che dopo aver ospitato a casa sua due marocchini di 22 e 23 anni da alcuni anni continua a stirare loro le camicie.
Durante il pranzo di Natale di due anni fa, Amal, casalinga eritrea di 40 anni, è «rimasta colpita dall’amore che c’era in casa di Carmen», zona San Siro. Ha «iniziato un’amicizia» e ha deciso che avrebbe ricambiato la cortesia. Passa un anno: il primo gennaio Amal e il marito Abdul hanno ospitato l’infermiera milanese al pranzo di capodanno del 2006. Menù: riso con carne e dolci arabi. Come dire: solidarietà a parti invertite. Gli stranieri aprono le case agli italiani. Ai poveri, ai senzatetto, alle vittime della quarta settimana, alle famiglie «che hanno anche solo voglia di conoscere culture diverse». Un segno di amicizia e fratellanza che molto può dire alla società di oggi.

E ancora. Ahmed, algerino, da bambino vendeva in Italia sigarette di contrabbando. Ora è diventato elettricista, ha sposato un’italiana e ha due bambini. L’anno scorso ha chiamato l’Osservatorio di Milano per ospitare qualcuno. È andato da lui un ragioniere italiano, che dopo aver perso il lavoro non aveva più una casa. «Lavorava da un amministratore di condomini», racconta Todisco, «che è scappato dopo aver rubato 2 milioni di euro, e lui è rimasto senza lavoro». Ecco allora la reciprocità dell’accoglienza: non importa chi sia il povero e chi abbia un tetto sopra la testa, l’importante è aiutarsi.

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