È il terzo Arcivescovo di Milano del ’900 a salire agli onori degli altari. Alla sua causa hanno contribuito le deposizioni di 71 testimoni diocesani. Il suo esempio nelle parole dei Vescovi suoi successori

di monsignor Ennio APECITI
Responsabile diocesano per le Cause dei Santi

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Paolo VI, dunque, sarà beato, per volontà di papa Francesco, che sin dall’inizio del suo pontificato ha manifestato sincera devozione per Papa Montini: lo cita venticinque volte nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium e, a memoria d’uomo, è la prima volta che il Papa annuncia la data della beatificazione nel momento stesso in cui approva il miracolo che la rende possibile.

La Chiesa ambrosiana è particolarmente coinvolta in quest’avvenimento, prima di tutto perché vive l’esperienza straordinaria di tre suoi vescovi proclamati beati in un solo secolo, il Novecento: Andrea Carlo Ferrari, Ildefonso Schuster e ora, appunto, Giovanni Battista Montini. Vi è coinvolta perché fu proprio un nostro vescovo a compiere i primi atti formali per iniziare il lungo e severo iter canonico che ha condotto a questa beatificazione.

Fu, infatti, il cardinale Dionigi Tettamanzi, allora Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, a comunicare il 23 marzo 1992 che il Consiglio Permanente della Cei aveva approvato all’unanimità l’introduzione della Causa di canonizzazione di Paolo VI, sottolineando che la fama delle sue virtù era ancor viva nell’animo dei sacerdoti e dei fedeli, che avevano «trovato in lui un fulgido esempio di amore appassionato alla Chiesa e agli uomini».

D’altra parte il cardinale Tettamanzi ebbe la sorte di essere ordinato prete il 28 giugno 1957, quando l’arcivescovo Montini fece una delle sue più splendide omelie, un gioiello di spiritualità sacerdotale, quella stessa che lo animava: «O Signore, da’ a questi tuoi ministri un cuore puro, capace di amare Te solo con la pienezza, con la gioia, con la profondità che Tu solo sai dare; un cuore grande, capace di tutti amare, di tutti servire, perché di questo ha bisogno il mondo: di chi, per salvarli, come Cristo li ami».

Non meno appassionato fu il cardinale Carlo Maria Martini, quando il 28 febbraio 1994 diede inizio alla fase ambrosiana del Processo di beatificazione. Martini prese spunto dall’omelia per l’ultimo Giovedì santo dell’arcivescovo Montini (11 aprile 1963), per invitare tutti a vibrare e riflettere: «È il giorno dell’amore, questo; e questa parola che abbiamo mille volte ripetuto e tante volte dispensiamo agli altri, oggi è per noi, è per noi. Dobbiamo dire al nostro cuore: “Sei capace veramente di amare?”. Noi abbiamo detto di sì. Sì, o Signore, Ti amerò, Te solo, con tutta la mia anima, la mia povera anima; il mio cuore è Tuo”. Fratelli carissimi, lo diciamo ancora anche quest’oggi e nella stessa misura? Con la stessa gioia, con la stessa capacità di dono, di sacrificio? Con la stessa pienezza?».

A quest’appassionato amore per Dio si doveva la singolare capacità di dialogo di Montini e che lo spinse alla profetica impresa della “Missione di Milano” nell’ottobre 1957: «Era impresa titanica e coraggiosa, che intravvedeva già allora con acutezza quello che oggi balza quasi drammaticamente ai nostri occhi», commentò il cardinale Martini.

Proprio alla “Missione di Milano” del 1957 ha fatto riferimento il cardinale Scola, nell’omelia per il suo ingresso in diocesi il 25 settembre 2011, citando poi le parole del giovane Montini: «Cristo è un ignoto, un dimenticato». Montini, commentò Scola, non fu mai rassegnato e a tanto sollecita noi oggi, perché è proprio dei santi essere esempio e stimolo per i loro fratelli, per noi.

Ambrosiana è la beatificazione di Paolo VI, perché vi hanno contribuito i settantuno testimoni interrogati in meno di un anno, dal 28 febbraio 1994 al 20 febbraio 1995. Da suor Amalia, che ricordò l’insistenza con cui Montini ripeteva alle suore di Maria Bambina, che lo accudivano: «Ho troppa roba nel mio comò. Datela ai poveri». A suor Emma, che svelò di aver visto il cilicio che Paolo VI indossava; a padre Zanoni che ricordò l’Arcivescovo in ginocchio ai piedi di un prete che voleva lasciare il sacerdozio: si commosse per tanta umiltà e rimase prete per sempre! A don Luigi Giussani, che custodiva nel cuore le parole di Montini: «Non capisco bene le sue idee e i suoi metodi, ma ne vedo i frutti: vada avanti così». A quest’umile e tenace coraggio, fondato sulla fede e nutrito di speranza, il nuovo Beato richiama oggi la Chiesa ambrosiana.

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