Vincenzo Cesareo, segretario generale dell’Ismu, anticipa alcuni contenuti dell’indagine al centro dell'incontro in programma all’Ambrosianeum mercoledì 26 marzo

di Luisa BOVE

Vincenzo Cesareo

Ci voleva un’indagine Ismu per parlare di un aspetto, spesso ignorato, come quello dell’appartenenza religiosa dei tanti immigrati che sbarcano sulle nostre coste. I risultati della ricerca saranno presentati mercoledì 26 marzo, alle 18, in occasione di un incontro dal titolo «L’identità religiosa del migrante», organizzato appunto dall’Istituto per lo studio della multietnicità e dall’Ambrosianeum in via delle Ore 3 a Milano. A introdurre i lavori e a moderare il dibattito sarà Vincenzo Cesareo, professore emerito di Scienze politiche alla Cattolica e segretario generale dell’Ismu. I relatori saranno Francesco Botturi, ordinario di Filosofia morale all’Università cattolica, e monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale della Diocesi.

«Noi lavoriamo già molto sul tema degli immigrati, in modo particolare sotto il profilo dell’inserimento lavorativo e scolastico, integrazione, diritti e accesso ai servizi – spiega Cesareo -. Ma come Ismu abbiamo sentito l’esigenza di istituire un settore specifico dedicato all’analisi, al monitoraggio, allo studio del rapporto migrazione e religione».

Perché è così importante l’identità religiosa dei migranti?
Da 20 anni studiamo il fenomeno della migrazione, ma ci siamo accorti che la dimensione religiosa è un fattore scarsamente evidenziato, ma profondamente innervato nelle questioni migratorie. Riscontri empirici e analisi hanno evidenziato come le migrazioni, quando si realizzano, comportano necessariamente un’attenzione per questa dimensione, anche sotto il profilo dei rapporti con la società d’arrivo. Parlo di religioni al plurale, perché nel vasto panorama ci sono realtà che possono trovare più facilmente un inserimento nel nostro Paese piuttosto che altre. Questo l’abbiamo verificato in tutta Italia attraverso l’indagine, da cui è emerso che nel facilitare o ostacolare l’integrazione il fattore religioso gioca un ruolo rilevante. Ma qui occorre fare riferimento anche alla distanza culturale….

In che senso?
Quanto più è ampia la distanza culturale in genere, tanto più è difficile l’integrazione. Ci sono religioni meno lontane dai valori e dalle culture della nostra società e in questo caso l’integrazione è facilitata, anche se non è scontato. Poi ci sono religioni che presentano una distanza culturale più ampia, come l’islam, ma che hanno posizioni molto diversificate. Non possiamo infatti dire: tutto l’islam è uguale, perché in base alla specificità dell’elemento religioso dei gruppi possiamo avere gradi diversi di integrazione.

Ma la religione può facilitare l’integrazione?
Ci sono posizioni che tendono a creare comunità chiuse proprio in base al fattore religioso, mentre altre tendono ad aprirsi. C’è quindi una grande varietà di situazioni: non dobbiamo farci prendere dagli stereotipi e dai pregiudizi, ma cercare di cogliere questa varietà. Più la si esamina, più è ricca e problematica. Nasce da qui la nostra esigenza di studiare a fondo la questione del rapporto migrazione e religione.

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