Ecco come Chiara Zambon, di Gallarate, 24 anni, responsabile diocesana dell’Acr, l'8 dicembre vivrà la giornata dell’adesione all'Azione cattolica

di Martino INCARBONE

Zambon

«La giornata dell’8 dicembre la passerò festosamente nella mia parrocchia. Ci sarà la benedizione delle tessere durante la Messa, in cui tutti i ragazzi, i giovani e gli adulti di Ac escono vicino all’altare e rinnovano il proprio sì alla Chiesa; poi ci sarà un bel momento di festa aperto a tutti con aperitivo, vendita di libri e lavoretti… È proprio la festa dell’adesione: in quel giorno si celebra con tutta la Chiesa il sì di Maria, e il fatto che siamo invitati a rallegrarci con lei perché la storia è piena di grazia. Come ogni festa che si rispetti si mangia insieme, si ringrazia, si prega, e si vive un’appartenenza dentro al racconto e alla memoria». Ecco come Chiara Zambon, di Gallarate, 24 anni, responsabile diocesana dell’Acr, vivrà la giornata dell’adesione.

Festa, quindi dimensione comunitaria. Però c’è un altro tratto caratteristico dell’Azione cattolica: la regola di vita. Cosa significa nel concreto?

«La regola di vita aiuta a tenere alti i desideri, e dare loro una forma: per fare questo, gli strumenti che ci regala la tradizione della Chiesa, e che l’Ac raccoglie, sono la dimensione della preghiera, della condivisione, del servizio; nella convinzione che la verità di se stessi si giochi proprio dentro alla relazione con il Signore, con i nostri più prossimi, con chi ha più bisogno. Dentro a questi “binari”, che ognuno caratterizza a partire dalla sua persona, dal punto in cui si trova, dai ritmi di vita che vive, con il confronto con una guida spirituale, si può davvero camminare per trovare un senso e un fondamento roccioso su cui poggiare la propria quotidianità e le grandi scelte».

Questa però è la vocazione di ciascun cristiano. Perché l’Azione cattolica dunque? Non è un doppione?

«Il “sì” dell’adesione all’Ac è prima di tutto un coinvolgersi in prima persona, un “uscire dall’anonimato” in maniera ufficiale. L’adesione invita a dire: “io Chiara Zambon (con il mio tempo, le mie doti, la mia disponibilità) ci sto a costruire il proposito cristiano ed ecclesiale che ispira l’Ac e la Chiesa intera”. Si dice un chiaro “sì” anche al Vescovo: “Caro cardinal Scola, su di me puoi far conto per costruire la Chiesa e relazioni che sanno di Vangelo, tra i miei coetanei, nella mia parrocchia, nel mio servizio educativo, nei luoghi in cui vivo!”».

I pastori hanno sempre rivolto inviti forti ai giovani perché siano protagonisti della Chiesa. Ma in che modo?

«Questa è una domandona! Nella storia, mi pare di cogliere che tutti i protagonisti della Chiesa siano stati innanzitutto persone dall’affascinante e alto profilo spirituale, personale, comunitario e al servizio di tutti. A loro non venivano richiesti come prima cosa “servizi” o responsabilità, dentro o fuori la Chiesa, ma un serio e innamorato “stare” con il Signore. Da qui, di conseguenza, la forte motivazione alla scelta di servizio. Allora mi viene da dire che sarebbe una mossa “da protagonisti” avere il coraggio di mettere come priorità la spiritualità, propria e quella della propria comunità. Forse, pur con tutti i suoi limiti, l’Ac potrebbe essere un aiuto in questo senso».

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