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Anniversario

Meic, essere Chiesa nella città che cambia attraverso la cultura

Nata nel 1932 come Movimento laureati di Ac, l’associazione è poi divenuta Movimento ecclesiale di impegno culturale. Ora, a 90 anni, guarda al futuro: «Vogliamo offrire uno spazio per dialogare in modo aperto nella società di oggi»

di Pino Nardi

3 Dicembre 2022
Un incontro del Meic all'Eremo San Salvatore

Fondata nel 1932 come Movimento laureati di Azione cattolica, l’associazione cambia nome nel 1980, divenendo Movimento ecclesiale di impegno culturale. Ora, a 90 anni, il Meic guarda al futuro. È quanto emerge dall’incontro con la presidenza di Milano, che ha appena rinnovato le proprie cariche.

Nel 2022 cosa significa impegnarsi nel Meic a Milano?
Monica Rimoldi (presidente): «Il Circolo “Romano Guardini” – Meic di Milano e dell’Università cattolica vede il proprio impegno nella città a partire dai due aggettivi presenti nel nostro nome: ecclesiale e culturale. Culturale, perché viviamo in questo mondo e ci confrontiamo con le questioni complesse che ci pone davanti. A Milano il Meic si propone di offrire uno spazio per riflettere e dialogare in modo aperto in una società contemporanea così sfaccettata. Negli ultimi anni, per esempio, abbiamo organizzato il convegno nazionale in occasione di Expo 2015 su “Fame e sazietà. Il cibo e le sfide della giustizia” oppure abbiamo letto insieme e discusso Transizione ecologica di Gael Giraud alla luce dell’enciclica Laudato si’. Ecclesiale, perché come laiche e laici cristiani impegnati in un’associazione non possiamo non porci la domanda di cosa significhi essere Chiesa oggi. Per questo, a partire dallo scorso anno, abbiamo iniziato una riflessione che accompagna il cammino sinodale della Chiesa universale con gli incontri “Chiese vive”, nei quali ci mettiamo in ascolto del dialogo fra liturgia, architettura, spiritualità e contesto civile in alcune chiese della città esemplari sotto questi punti di vista. Sullo sfondo e alla base di tutto ci sono la lectio continua di un libro della Bibbia (per il 2022-2023 Qoèlet), gli incontri comunitari di lectio divina e i ritiri spirituali di Avvento e Quaresima. L’impegno di cui ho appena parlato si nutre di una spiritualità adulta, fondata su questi tre pilastri».

Perché un’associazione che si occupa di cultura pone particolare attenzione alla lectio divina e alla liturgia?
Gimmi Pugliesi (responsabile della liturgia): «Il nostro gruppo cura con particolare attenzione la lectio divina con un cammino di lectio continua, nel quale si propone la lettura integrale un libro della Bibbia secondo una scansione quotidiana dei versetti, e con gli incontri di lectio divina comunitaria. Anche la liturgia è centrale durante gli incontri di gruppo: la celebrazione della liturgia delle ore e la celebrazione eucaristica, attività, potremmo dire, “religiose” che non sono affatto residuali rispetto a quelle culturali. Ora, che un gruppo, che ha come missione di occuparsi di “cultura” (in senso ampio), abbia cura della liturgia e si dedichi all’ascolto e allo studio della Parola di Dio non è pertanto una stranezza, ma una scelta di consapevolezza: porre attenzione al vissuto religioso permette di cogliere come esso generi cultura, ma anche come sia già presente nella nostra cultura, nelle culture e nel cuore dell’essere umano. Inoltre, essere attenti a tali aspetti ricopre una funzione di salvaguardia dal rischio del fondamentalismo, che vuole ridurre tutto alla propria visione religiosa, ma anche dal rischio della strumentalizzazione della dimensione religiosa da parte della politica, dell’economia, ecc. Aspetto non marginale, infine, è il piacere, che tutti condividiamo, per la meditazione comune della Parola e la celebrazione della liturgia: facciamo con gusto la lectio divina e siamo attenti alla liturgia. Ci piace».

Qual è il senso e il compito di un assistente spirituale in un gruppo gestito democraticamente dai laici?
Don Luigi Galli (assistente spirituale): «Il compito è molto semplice: essere servitore dell’unità e ricordare la bellezza di essere Chiesa. Come è noto, il Meic mette l’accento sulla cultura ma, allo stesso tempo, è un gruppo ecclesiale. Non è, perciò, né un centro culturale, né un gruppo di amici che si ritrova per approfondire alcuni temi, né un insieme di “intellettuali”. La presenza dell’assistente spirituale configura il Meic come un gruppo di persone che si mette a servizio della Chiesa. Per essere più precisi: è un gruppo che vuole essere Chiesa e costruire la Chiesa. Questo è quanto viene detto con una parola importante, ma anche abusata: “pastorale”. Non è occuparsi della “cose della Chiesa”, ma fare in modo che la Chiesa esista e cresca nell’unità e nella carità fraterna. Lo scopo del nostro gruppo è di costruire una vera fraternità missionaria. Per questo nessuno di noi vive con ansia il fatto di essere un seme piccolo come la senape, per citare un’espressione evangelica. Così non può esistere un “pensare da credenti” che sia astratto, ma il credente è immerso e irresistibilmente attratto dalla realtà che lo circonda. Noi sappiamo che questa realtà è il mondo amato da Dio, anche quando da Dio si allontana e va alla ricerca non dell’acqua viva che sgorga dalla Croce di Gesù, ma di tante “cisterne screpolate”».

Meic
In piedi da sinistra: Alessia Miranti, Gimmi Pugliesi, Elisa Verrecchia. Seduti Monica Rimoldi e don Luigi Galli

Come ha conosciuto il Meic di Milano e come è entrata a farne parte?
Alessia Miranti (vicepresidente): «Vengo dalla provincia di Torino, ho conosciuto il Meic e in seguito il Circolo “Romano Guardini” di Milano attraverso alcuni amici ex fucini ed ex studenti dell’Università cattolica. Vi ho trovato una speciale sensibilità rispetto al tema della cultura e un grande impegno per la sua trasmissione e creazione. L’attività culturale rappresenta un compito fondamentale di tutti noi laici: in essa troviamo parole, immagini, forme, suoni per esprimere la nostra fede in Cristo. La nostra presenza nei più diversi ambiti della vita professionale e sociale ci offre, poi, l’opportunità di portare in questi luoghi un’idea radicalmente nuova di bene e di giusto e di restituire alla Chiesa la complessità del mondo. Inoltre, nel Meic ho trovato anche qualcosa di cui lì per lì non sapevo di aver bisogno. Venivo da un’esperienza di associazionismo totalizzante, votato ad attività di carattere esperienziale. Qui ho trovato, invece, un gruppo di persone che non traggono motivo di appartenenza dal semplice stare insieme e dalla simpatia reciproca, ma da una sensibilità condivisa per il mondo in tutte le sue sfaccettature vissuta alla luce della fede. Non ci incontriamo per una mera esigenza relazionale, ma perché abbiamo bisogno di confrontarci e di condividere valori e opinioni sul mondo e la Chiesa che cambiano. Nel contesto politico e sociale di oggi, questo per me è molto importante».

Che cosa cercano le persone nel Meic?
Elisa Verrecchia (segretaria): «Le persone che si avvicinano al Meic arrivano dai percorsi più disparati. C’è chi negli anni dell’università aveva fatto parte della Fuci; chi conosce il nostro assistente spirituale e tramite lui viene a sapere dei nostri ritiri spirituali e vi prende parte; chi semplicemente non riesce a trovare una propria dimensione nell’ambiente parrocchiale, ma desidera comunque avere una comunità di riferimento. Direi che i nostri aderenti e simpatizzanti cercano soprattutto l’approfondimento spirituale: uno spazio in cui, almeno una volta al mese, possono fermarsi e assaporare con calma e semplicità la Parola di Dio e un po’ di silenzio. Un dettaglio importante che ho notato in questi anni è che le persone sentono molto l’esigenza di essere raggiunte e tenute insieme, anche semplicemente attraverso una e-mail, con una frequenza diradata, ma costante. Tutti amano sentirsi parte di un tessuto di relazioni. Il sentirsi invitati e coinvolti in una comunità spirituale non è mai banale e scontato, è un qualcosa che entra nel cuore delle persone e le valorizza».

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