La cura riservata all’edificazione di nuovi luoghi di culto, per una presenza capillare su un territorio in espansione, ebbe un ruolo centrale nell’episcopato montiniano. Ne parlano i responsabili diocesani di ieri e di oggi, monsignor Giuseppe Arosio e l’architetto Carlo Capponi

di Annamaria BRACCINI

Mater Amabilis

Anche quel giorno, quello che sarebbe rimasto nella storia della Chiesa universale, il cardinale Giovanni Battista Montini doveva, a Milano, consacrare una chiesa, come si legge nel suo «Diario» alla data 21 giugno 1963. Il giorno, appunto, in cui, invece, di arrivare nella popolosa parrocchia Santo Curato d’Ars sarebbe divenuto il 264° successore di Pietro con il nome di Paolo VI. Ovviamente, questa è solo una piccola notazione, magari curiosa, ma spiega con chiarezza la preoccupazione e la cura che l’episcopato montiniano riservò alle chiese e alla loro edificazione per una presenza capillare sul territorio in rapida e tumultuosa mutazione urbanistica. Tanto che tra gli ambiti di azione pastorale più noti di quegli anni, il cosiddetto «piano Montini» per le «Nuove Chiese» mantiene anche per gli studiosi un ruolo centrale e privilegiato. Non solo per «l’ammirato stupore e sincera letizia con cui noi guardiamo a ognuna delle “sue” centoventitré chiese», come scriveva il successore, cardinale Giovanni Colombo, ma per i tanti interventi, discorsi, omelie ed energie che l’Arcivescovo profuse su questo tema.

E, così, da nord a sud di Milano, là dove ormai spesso la «periferia» è divenuta zona semicentrale a dove, invece, essa è rimasta tale, fino ai piccoli e grandi paesi del forese, è facile ritrovarsi nelle moderne e funzionali strutture degli edifici costruiti con quel «Piano». Che – ed è bene ricordarlo – non fu una sorta di iniziativa isolata, ma una scelta che ebbe precedenti nell’episcopato del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster e che, nella stessa dinamica seppure in contesti diversi, sarebbe proseguita negli anni ’80 e ’90. «Nell’epoca che passava dalla ricostruzione al boom economico, il desiderio di chiese e la necessità di costruirne in zone che si andavano popolando velocemente con l’industrializzazione e l’arrivo degli immigrati, fu fondamentale», spiega monsignor Giuseppe Arosio che ha avuto la responsabilità per oltre vent’anni, dal 1984 al 2005, dell’Ufficio diocesano «Nuove Chiese». «Fu un periodo di grande creatività e inventiva che registrò una battuta di parziale arresto con le contestazioni a metà degli Anni Sessanta e per tutto il decennio successivo, quando era di moda lo slogan “Meno chiese, più case” – ricorda ancora monsignor Arosio -. Tuttavia, direi che “l’onda lunga” del “Piano Montini” è giunta fino al nuovo millennio. Basti pensare che la nuova chiesa Pentecoste per cui sono iniziati i lavori a Quarto Oggiaro (la prima pietra è stata posta dal cardinale Angelo Scola lo scorso 14 giugno, ndr), nasce da un progetto internazionale che ha visto in gara progettisti tra i più noti a livello mondiale. Si può dire che la logica che ha sempre ispirato la Diocesi è quella che fu propria del cardinale Montini: avere il meglio per le nostre chiese».

D’altra parte, il senso profondo – al di là dei risultati architettonici – di ciò che l’Arcivescovo intendeva realizzare con il suo «Piano» andava direttamente al cuore di un intero modo di vedere la missione pastorale a Milano, ossia dialogare con i vicini e i cosiddetti «lontani» portando la proposta convincente del Vangelo e «portandola» con la cultura, la bellezza, e il rispetto delle forme. Insomma, doveva essere curata, prima di tutto la pietra viva della Chiesa, il popolo di Dio, ma anche le pietre della costruzione non potevano essere trascurate. Scriveva, infatti, nel 1963, inaugurando la parrocchia cittadina San Leone Magno in via Carnia: «Il significato di ciò che stiamo ora iniziando appare splendidamente definito dal rito solenne che l’accompagna: dobbiamo costruire Cristo in noi, Cristo nella comunità che qui avrà il suo centro, Cristo nella nostra Milano che si vuole rimanere cristiana e cattolica».

«Montini si trovò erede di una grande tradizione di sollecitudine per la gente, come è tipico dell’ambrosianità e dei Pastori della Chiesa di Milano. Schuster, già nell’immediato dopoguerra, sentì il dovere di dare avvio e sostegno alla costruzione di nuovi templi, e di case popolari dignitose con la “Domus Ambrosiana”, tanto che il “Comitato Nuove Chiese” era già stato da lui costituito», dice il responsabile dell’Ufficio per i Beni culturali della Diocesi – in cui è ora inserito l’Ufficio «Nuove Chiese» – architetto Carlo Capponi, che nota: «Non c’è dubbio, però, che la genialità montiniana fu quella di aprirsi anche a progettualità inedite, sapendo apprezzare novità nelle strutture, qualche volta ardite e che anticiparono la visione conciliare. Si pensi alla rilevante iniziativa “Ventidue chiese per ventidue Concili”, varata per Milano nel novembre 1961 da colui che avrebbe portato a termine il Vaticano II e che quasi profeticamente sottolineava il legame tra la Chiesa ambrosiana e quella universale nel nome dell’istituzione conciliare. Da sempre gli architetti e gli artisti sono attirati dall’edilizia sacra, ma con l’episcopato del futuro beato l’attenzione divenne ancora più concentrata. Basti ricordare qualche nome come Giò Ponti, Giovanni Muzio, Maggi o i fratelli Lattis, di religione ebraica».

Insomma, una sorta di “miracolo a Milano” anche relativamente alle chiese? «Forse si può dire proprio così – risponde l’architetto Capponi -, anche perché non dobbiamo dimenticare che la questione delle nuove chiese fu affrontata tenendo presente tutti gli aspetti: teologico, artistico, architettonico, liturgico e celebrativo. Infatti, per la prima volta i progetti riguardarono, nella grande maggioranza dei casi, anche gli edifici parrocchiali. Non a caso, oltre celebrare anche quest’anno la Giornata diocesana “Nuove Chiese” il prossimo 16 novembre – il 4 dello stesso mese in Curia si terrà un convegno, aperto a tutti, sull’attività per le chiese di Montini arcivescovo e Paolo VI». Quale, per lei la chiesa più bella del «Piano»? «Difficile dirlo – conclude Capponi – ma proprio perché diversissime tra loro ed entrambe “felici”, indicherei la parrocchia Santi Giovanni e Paolo in zona Bovisa, progettata dagli architetti Figini e Pollini, e quella di Mario Baciocchi a Metanopoli dedicata a Santa Barbara».

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