Mons. Luigi Stucchi presenta motivazioni e contesto ecclesiale che hanno portato la Diocesi a sperimentare in questi anni una modalità di approccio all’impegno pastorale dei nuovi presbiteri

di Luisa BOVE

Monsignor Luigi Stucchi
Monsignor Luigi Stucchi

Era dedicato all’introduzione nel ministero dei futuri preti novelli uno dei cinque “cantieri”, aperti negli anni scorsi in Diocesi. L’idea era di «dare un’attenzione particolare al tempo della prima destinazione del prete nel ministero», chiarisce monsignor Luigi Stucchi, Vescovo ausiliare e delegato regionale per la Formazione permanente del clero. In precedenza, dopo l’ordinazione diaconale, i candidati al sacerdozio ricevevano già una destinazione, in attesa di avere quella effettiva da presbiteri l’anno successivo.

«Con questo cantiere invece – spiega monsignor Stucchi -, si è unito il tempo del ministero diaconale, inteso già come prima destinazione, a quello successivo all’ordinazione dei presbiteri, identificando i quattro anni come un tempo prezioso di accompagnamento». Ma non va dimenticato che il contesto in cui questo avveniva era già di «profondo cambiamento» e con un chiaro invito alle parrocchie «di mettersi in relazione tra loro per svolgere meglio la missione della Chiesa». Si trattava quindi di individuare, per le nuove destinazioni, «quei luoghi e ambiti dove il cammino verso una maggiore pastorale d’insieme era già in atto o decisamente voluto». Inoltre, continua monsignor Stucchi, «si era pensato di affidare questi primi anni di ministero (del diacono prima e del presbitero poi) a un piccolo presbiterio, che avesse un responsabile di Comunità o Unità pastorale e un sacerdote di Pastorale giovanile per un accompagnamento particolare».

«In questi anni – continua – abbiamo visto esperienze che hanno messo in atto momenti di fraternità e di vita comune sul territorio attraverso il pranzo insieme, la preghiera, il discernimento pastorale…». D’altra parte, ammette Stucchi, «abbiamo anche avuto realtà che non hanno sviluppato molto questi aspetti o hanno trovato qualche difficoltà». Non si può negare anche qualche limite di questo “cantiere”. Il diacono infatti, una volta ordinato sacerdote, «aveva l’impressione di non ricevere una diretta e piena responsabilità pastorale, ma di rimanere in posizione di subordine», dal momento che era già presente il responsabile di Pastorale giovanile. «Noi invece pensavamo che dopo un anno sperimentale ci potesse essere più comunione e corresponsabilità».

Altro limite emerso nel tempo è stato quello di dare a queste destinazioni un «termine tassativo», interrompendo così esperienze positive che forse avrebbero potuto continuare. In alcuni casi «il desiderio era forte» e non sono mancate sofferenze. L’incontro del 28 maggio in Duomo con l’Arcivescovo e i preti ambrosiani sarà allora l’occasione «per rivedere e rilanciare in modo diverso questo cantiere di sperimentazione con nuove linee condivise. C’è infatti la volontà di rendere il tempo della prima destinazione come un’esperienza ecclesiale e di presbiterio davvero forti».

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