Un principio economico “alternativo”

di Gerolamo FAZZINI

Dopo “testimonianza”, un’altra parola-chiave sulla quale vorrei soffermarmi per cogliere l’eredità di Family 2012 è “gratuità”. Il motivo è presto detto: come ha affermato l’economista Luigino Bruni nella sua apprezzata relazione, «la famiglia è il principale ambito nel quale una persona apprende quella che Pavel Florensky chiamava l’arte della gratuità».

Nella civiltà dei consumi “gratuità” è diventata, purtroppo, una parola sospetta: richiama il posto in più (gratis) assegnato alla guida di una comitiva in viaggio, oppure il gadget, cioè un accessorio commerciale, funzionale a “spingere” ulteriormente un prodotto sul mercato. Nella tradizione cristiana, al contrario, “gratuità” ha ben altro significato, come ricorda mirabilmente Benedetto XVI nella Caritas in veritate.

Anche Bruni ripropone questa categoria in senso forte: «La gratuità è un modo di agire e uno stile di vita che consiste nell’accostarsi agli altri, a se stesso, alla natura, alle cose non per usarli utilitaristicamente a nostro vantaggio, ma per riconoscerli nella loro alterità, rispettarli e servirli». Detto così, sembrerebbe un pio auspicio o una mera raccomandazione etica, quando – al contrario – stiamo parlando di un vero e proprio principio economico, senz’altro “alternativo” rispetto alla mentalità dominante.

Precisa Bruni: «Per il suo essere un “come” e non primariamente un “che cosa” si fa, non si tratta allora di contrapporre il dono al mercato, la gratuità al doveroso, poiché esistono, invece, delle grandi aeree di complementarietà: il contratto può, e deve, sussidiare la reciprocità del dono (come avviene in molte esperienze di economia sociale e civile, dal commercio equo e solidale all’economia di comunione)».

Sulla medesima lunghezza d’onda, al Congresso teologico-pastorale di Family 2012, si è collocato il cardinale Dionigi Tettamanzi che alla gratuità ha dedicato un passaggio importante del suo intervento su famiglia e lavoro: «La logica della gratuità non implica che in economia si possa comprare e vendere gratis, senza prezzo o senza corrispettivo; implica invece che si lavori e si realizzino scambi e investimenti in modo pienamente rispettoso dell’uomo, quindi – non ultimi – dei suoi legami familiari e sociali! Gratuità significa far sì che la persona umana sia posta al vertice di ogni scelta economica, politica, sociale; comporta che nessun essere umano sia strumentalizzato».

Anche in questo caso – è evidente – si sta parlando di qualcosa di diverso dalla semplice indicazione etica: il cardinale Tettamanzi – promotore (non dimentichiamolo!) del Fondo Famiglia e Lavoro come risposta della Chiesa alla crisi – addita la gratuità come vera e propria “bussola” del gioco economico e non come semplice atteggiamento “buonista” dell’imprenditore “sensibile”. Insiste l’Arcivescovo emerito di Milano: «Una simile gratuità non può rimanere racchiusa in alcuni ambiti dell’attività economica – i soggetti non profit in genere -, quasi potessero esistere altri campi in cui l’unica regola è quella del massimo profitto! Viceversa, la gratuità è dimensione vera e necessaria dell’intero agire sociale ed economico».

Si capisce, allora, perché la famiglia è il luogo principale dove la gratuità si sviluppa e si custodisce. «Dire gratuità significa riconoscere – è di nuovo Bruni a parlare – che un comportamento va fatto perché è buono in sé, e non per la sua ricompensa o sanzione esterni».

(2. continua)

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