La Curia esprime sconcerto e dolore per l’arresto di don Alberto Barin e per i fatti che gli sono contestati: esprime fiducia nel lavoro degli inquirenti ed è disponibile a collaborare per le indagini

carcere san vittore
Il carcere di San Vittore

La Curia di Milano esprime il proprio sconcerto e il dolore per l’arresto di don Alberto Barin e per i fatti che al cappellano della Casa circondariale di San Vittore sono contestati. Fin da ora manifesta la massima fiducia nel lavoro degli inquirenti e la disponibilità alla collaborazione per le indagini.

Domenica 25 novembre il cardinale Angelo Scola, presiedendo in Duomo la Messa della II domenica di Avvento, nella sua omelia ha sottolineato: «La nuova evangelizzazione, cui i cristiani sono chiamati, poggia, quindi, sulla incrollabile certezza del disegno universale di misericordia cui la liturgia oggi ci richiama. Il Prefazio lo approfondisce con parole piene di speranza: «Il peccato ci aveva dato alla morte… dalla carne di Cristo il tuo amore infinito ci ha riplasmato alla vita». Nella prospettiva dell’eternità, che già si anticipa nell’Eucaristia, anche il male, persino il male che appare ingiustificabile, può essere circondato, da ogni parte, dal bene. Allora non ci sorprende la sconvolgente promessa contenuta nel Prefazio: «Padre Santo che sei Dio di misericordia e alla punizione della colpa preferisci sempre un generoso perdono”.

Di fronte alle espressioni talora brutali del male, soprattutto quello contro i bambini, le donne, contro chi è in condizione di debolezza cosa significano queste parole? Sono forse una scusante? L’autentico perdono non abolisce certo la giustizia, ma la compie fino in fondo. Il perdono è il modo di Dio di salvare il passato. Spesso noi uomini di fronte al male compiuto reagiamo con sdegno e rabbia, ma poi concludiamo rassegnandoci all’irrimediabile: “Quello che è stato è stato”. Invece la misericordia di Dio che salva non è il colpo di spugna che cancella le colpe. La grazia dello Spirito che ci rende giusti è l’opera che ricostruisce l’uomo, anche il peccatore, anche chi delinque: le nostre azioni infatti ci seguono e continuano a segnare la nostra libertà. Solo la laboriosa penitenza, solo la sincerità e l’espiazione, solo la disponibilità a pagare il prezzo della riparazione può restituire la dignità e la stima di sé. In questo cammino di ricostruzione dell’uomo, anche quanto esige la giustizia umana deve essere assunto e sofferto come parte integrante di questo percorso di espiazione, che non si deve ridurre all’aspetto puramente vendicativo della pena.

Nessuno può sottrarsi a questa regola indispensabile all’umana convivenza. L’espiazione è condizione di quel cambiamento chiaramente esigito dalla giustizia praticata e predicata dal Battista. Il domandare con umiltà il perdono al Signore, alle vittime e alla società mette il colpevole in condizione di abbracciare la sua vittima se e quando questa lo vorrà.

Ma di fronte al male compiuto dal nostro fratello uomo quale deve essere la posizione dei Figli del Regno? Come andare costruttivamente oltre lo sconcerto, lo sdegno ed il dolore? Accettando anzitutto il contraccolpo della sua azione negativa nella nostra stessa persona. Orientando, con l’intensificarsi della preghiera, lo sguardo e il cuore al Crocifisso, il male altrui conduce a riconoscere le proprie colpe.

Il dolore per la nostra colpa ed il nostro peccato ci fa guardare, senza nulla minimizzare, alla colpa dell’altro dal di dentro della nostra fragile pochezza. Ci interroga circa la nostra responsabilità di fronte a noi stessi, agli altri e a Dio. Apre la strada al nostro cambiamento, aiuta la libertà di colui che ha sbagliato. In ogni caso ci rende, nello stesso tempo, uomini di pace, cristiani più autentici e cittadini migliori».

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