Nella Messa di ringraziamento per la beatificazione, presieduta dal cardinale Scola davanti ai pellegrini ambrosiani e bresciani, il Vescovo di Brescia ha richiamato la donazione totale a Cristo e alla Chiesa come “cifra” di tutta la sua esistenza

di Annamaria BRACCINI

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Il canto di ingresso accompagna la Processione con cui inizia la celebrazione eucaristica di ringraziamento per la Beatificazione di Paolo VI, in una basilica di San Paolo Fuori le Mura in cui siedono i pellegrini ambrosiani e bresciani, riuniti con i loro Pastori. Presiede il cardinale Scola, nella sua veste anche di Metropolita di Lombardia; concelebrano il cardinale Tettamanzi, il Vescovo di Brescia monsignor Luciano Monari, altri 15 Vescovi e circa 150 sacerdoti, alcuni dei quali – ordinati dall’Arcivescovo Montini – indossano con orgoglio il camice della loro prima Messa.

Mentre lame di luce illuminano lo splendido presbiterio ornato di mosaici e l’Altare maggiore, sotto cui sono i resti dell’Apostolo Paolo, i pellegrini, in un clima di palpabile raccoglimento, pregano e si uniscono, idealmente e concretamente, alla memoria del Beato. Tutto, d’altra parte, in questa Eucaristia officiata in Rito romano, parla della figura di Paolo VI, effigiato come Pietro e i suoi successori nelle lunette che corrono lungo le navate. Anche i canti, dall’ingresso a quelli della Presentazione dei Doni, dalla Comunione al Congedo, riportano al «timoniere del Concilio», secondo la definizione di papa Francesco in piazza San Pietro. Appartengono infatti alla Messa dialogata composta da monsignor Luciano Migliavacca, storico Maestro della Cappella del Duomo, e furono eseguiti per la prima volta il 22 novembre 1963, durante la Messa con la Veneranda Fabbrica, dopo la sua elezione a Pontefice. I canti dell’assemblea fanno parte, invece, di quella Messa degli Angeli che il Beato desiderava  diventasse un Repertorio comune per tutte le Chiese.

La reliquia venerata ieri nella solenne beatificazione – e che resterà a Brescia nella chiesa della Madonna delle Grazie, dove Montini celebrò la prima Messa (una seconda verrà presentata a Milano, in Cattedrale, durante il Pontificale di San Carlo – è sull’altare maggiore. Dal Vangelo di Giovanni 21 – «Pasci le mie pecorelle» – prende avvio l’omelia di monsignor Monari.

«Le parole di Pietro sono la migliore porta di ingresso al mistero del beato Paolo VI», spiega monsignor Monari, che richiama il rapporto di amore che legò sempre il Beato al Signore e alla Chiesa: «L’amore per Cristo Gesù deve essere totale, confermato e riconfermato, fondamentale unico e felice», scriveva lo stesso Beato.

«L’amore per Gesù è stata la scelta di fondo della vita di Giovanni Battista Montini, che diventa necessariamente l’amore per la Chiesa da amare, da servire, da sopportare», osserva Monari. Sì, perché quel Papa che una vulgata errata, ma pervicace, si ostina a definire «freddo», anche nel Pensiero alla morte, ancora una volta, non dimenticava il desiderio espresso ed esplicitato di «fare della mia prossima morte dono alla Chiesa».

Un uomo, un sacerdote e un Papa «innamorato della Chiesa che vuole fare apparire, con discrezione, l’Amata in tutta la sua bellezza e bontà, con una dichiarazione appassionata», spiega ancora il Vescovo di Brescia. Non vi è «nessun compiacimento» in questo amore e nessuna incomprensione può farlo recedere: «Un innamorato per sempre incatenato a un amore per cui ha portato pesi inimmaginabili».

Come nel 1933, quando l’allora giovane Assistente dovette lasciare la Fuci, facendo questo «con grande sofferenza, ma anche con serenità». O come nel 1955, allorché arrivò a Milano quale Arcivescovo, accompagnato dalle più varie illazioni. Ma anche qui in lui, autentico uomo di Dio, a prevalere «fu il primato della missione da compiere più che dell’onore da mietere», tanto che qualche mese dopo poteva annotare: «Bisogna amare e stimare quello che le vicende provvidenziali ci impongono». È Così che l’amore per Gesù e la Chiesa si trasforma in servizio instancabile.

Ancora più dolorose le vicende che accompagnarono la promulgazione, nel 1968, dell’Enciclica Humanae vitae, con una tempesta mediatica che investe il Pontefice e «che oggi facciamo persino fatica a immaginare»; o quando il 14 dicembre 1975 si chinò a baciare i piedi del metropolita ortodosso Melitone di Calcedonia, al termine di una celebrazione davanti alla Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli.

In quel «non lasciarsi abbattere dal dispiacere e dal dolore, e avere, invece, un giudizio chiaro, deciso e benevolo», per usare le sue stesse espressioni, sta tutto il Mistero di Paolo VI che «mai ha rinunciato a parlare come sentiva di dover fare, che mai venne meno a ciò che gli chiedeva il ministero petrino». Un «accetto e bacio queste catene, se vengono dalla Chiesa», che è la “cifra” di ogni momento della sua vita, fino ai momenti ultimi, con l’accoglienza del ritorno al Padre vissuto quasi con gioia: l’ultimo strappo della catena, l’ultimo dono di amore alla Chiesa. Oltre c’è la libertà, la comunione dei Santi, il Signore che viene.

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