Due i canali da percorrere, secondo quanto indicato dall’Arcivescovo nel Discorso alla Città: nuovo umanesimo e apertura al meticciato interculturale, cioè mantenere la propria fisionomia e saper accogliere l’altro

di Simone CISLAGHI
Insegnante di Storia e filosofia al Collegio San Carlo di Milano

Simone Cislaghi

I due canali attraverso i quali si approccia il domani, nel Discorso di Sant’Ambrogio del cardinale Scola alla città di Milano e alle terre ambrosiane, sono la ricerca di un nuovo umanesimo e l’apertura al meticciato interculturale. Due canali che si intrecciano e che si richiamano a vicenda.

L’urgenza di un nuovo umanesimo si traduce nel bisogno di scoprire un modo nuovo di andare incontro all’uomo, non già concependolo come l’inizio e la fine di tutto, come centro vacuamente narcisistico dell’universo, ma fondandosi sul fatto che «l’uomo non è un individuo isolato, ma un essere in relazione» (Un nuovo Umanesimo, p.10). Non quindi l’io, ma il noi: questo è il primo grande obiettivo.

Un nuovo umanesimo non è un umanesimo nuovo (cioè la riedizione di una stagione trascorsa), ma la novità del «“dono di sé” da parte di ogni uomo e di ogni donna, attraverso il loro essere costitutivamente in-relazione» (p.12). Insistere sulla relazione ci permette di evitare le secche di un illusorio individualismo che ha già deluso un’intera generazione, quella della «Milano da bere», che sopravvive a se stessa in forme tristemente caricaturali.

La via privilegiata che i cristiani conoscono per volgersi all’umano è l’umanità di Cristo, come ha tanto sapientemente insegnato Paolo VI, al cui insegnamento cristologico l’arcivescovo Scola attinge a più riprese. La maniera che i cristiani hanno per testimoniare direttamente e concretamente il nuovo umanesimo è quella che passa per l’esperienza dell’incontro con Gesù e che «rende possibile un modo più conveniente di amare e generare, di lavorare e di riposare, di educare, di condividere gioie e dolori, di assumere la storia» (p.26).

Uno dei luoghi irrinunciabili entro cui l’apertura al nuovo umanesimo può e deve svolgersi è senz’altro quello della scuola, per sua stessa natura vocata all’educazione. Se è vero, infatti, che scuola ed educazione non possono e non devono esaurirsi nel coincidere sic et simpliciter, è pur vero che non può esserci scuola che non si interpreti, inevitabilmente, anche come educatrice. Il tempo della scuola è fondamentale, giacché è in questo spazio che ogni generazione impara «ad amare e a lavorare» (p.35). L’Arcivescovo iscrive l’azione educativa in uno spazio ancora più ampio: egli afferma che il campo educativo è «naturalmente collegato ai luoghi della cultura e dell’arte e, quindi, del turismo» (p.35).

Del nuovo umanesimo cristiano beneficiano sia i settori del lavoro e dell’economia, ove la sfera della gratuità deve espandersi, sia il sempre più vasto segmento della società che vive nella fragilità e nell’emarginazione.

L’apertura al meticciato interculturale, altro grande pilastro di questo Discorso, nasce dalle esigenze di una società variegata: forse mai come in questo tempo Milano è stata terra di mezzo, cioè Mediolanum¸ crocevia di popoli, culture, stili di vita. La Chiesa ambrosiana deve saper parlare a questa nuova, multiforme realtà, attualizzando prima di tutto quella grande lezione storica secondo cui l’integrazione è l’unico destino possibile per i popoli le cui strade si incrociano. Un’integrazione che sia autenticamente tale è rispettosa di ogni identità e quindi riesce a mettersi autenticamente «in dialogo» nella ricerca del bene comune. Servono, per questo, operosità intelligente e paziente attività.

Nuovo umanesimo e apertura al meticciato interculturale, queste le vie del domani per Milano e le terre ambrosiane. Scrive l’Arcivescovo: «Mantenere la propria fisionomia e, nello stesso tempo, saper accogliere l’altro è un binomio che ha caratterizzato e caratterizza la società lombarda nel quadro ideale dell’umanesimo» (p.38). Il compito è chiaro, per nulla facile: tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo.

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