Dopo la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche di Giovanni Battista Montini, Giselda Adornato, che ha collaborato alla “positio”, traccia un parallelo tra l’Anno della fede da lui voluto dopo il Concilio e quello attuale

di Rita SALERNO

Paolo VI

«Uomo spirituale», come lo definì un anno dopo la sua morte il cardinale Carlo Maria Martini, un’esperienza pastorale intrecciata con un secolo di storia della Chiesa oltre che con la storia civile italiana e mondiale. In questa affermazione è racchiusa tutta la ricchezza della parabola umana e cristiana di Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI, di cui è stato appena promulgato il decreto sulle virtù eroiche che spiana la strada alla beatificazione e alla successiva canonizzazione.

«Estremamente umile, ha posto come primo obiettivo della sua vita la trasmissione della fede, nel quadro di un sempre rinnovato amore alla Chiesa e all’uomo. Questo, nelle molteplici situazioni della sua vita, che lo hanno visto diplomatico in Segreteria di Stato per 30 anni, formatore delle coscienze giovanili durante il fascismo, come assistente degli universitari cattolici; arcivescovo di Milano negli anni del boom economico e delle avvisaglie della crisi di fede che esploderà negli anni Settanta; e poi Papa del Concilio e dei nuovi “gesti” profetici verso gli uomini di ogni continente e confessione religiosa»: così lo descrive Giselda Adornato, autrice di numerose pubblicazioni sul Pontefice e firmataria insieme al relatore monsignor Guido Mazzotta e al postulatore padre Antonio Marrazzo della positio.

Prosegue la studiosa: «Né va dimenticata la sua paziente tenacia nel condurre a termine appunto il Concilio e soprattutto il post-Concilio; i viaggi, fino a quel momento impensabili, l’atteggiamento fermo sui valori, soprattutto quelli legati alla difesa e alla promozione della vita umana e della famiglia; la continua disponibilità al dialogo e alla trattativa, di fronte alle crisi che a più riprese investivano in quegli anni il corpo ecclesiale; la spiccata coscienza ecumenica; l’infaticabile e grandioso magistero per la pace».

«Dai nuovi approfonditi studi della causa di beatificazione emerge il valore esemplare della sua vita nelle diverse prove attraversate, soprattutto durante un pontificato tanto travagliato e spesso osteggiato – aggiunge -. In Paolo VI, spicca una profonda” radice pasquale” che gli dava il coraggio e la forza per perseguire obiettivi difficili e impopolari e una comunicativa particolare nella testimonianza al mondo. Era un Papa non portato alla spettacolarizzazione della sua fede personale, ma vincolato allo spasimo a far conoscere e vivere Cristo e solo Lui».

Cosa può raccontare della causa di beatificazione e soprattutto del miracolo scelto per la causa?

Da diversi anni si lavorava alla cosidetta Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, articolata in cinque volumi e approvata – all’unanimità – lo scorso settembre dai consultori teologi della Congregazione delle cause dei santi e poi il 10 dicembre dai cardinali della medesima Congregazione.Per quanto riguarda il miracolo scelto per la causa, il postulatore sta indagando su un caso di presunta guarigione attribuibile a Paolo VI, in merito a una gestazione che presentava rischi per il feto e per la madre.

L’Anno della fede di Paolo VI (1967) e l’Anno della fede di Benedetto XVI: similitudini e differenze, e soprattutto quale significato gli diede Paolo VI?

Nella lettera apostolica Porta fidei con cui ha indetto l’Anno della fede, Papa Benedetto cita espressamente la medesima iniziativa di Paolo VI per il 1967-’68 e ne ripercorre sostanzialmente la strada, in epoche storiche certo differenti, ma comunque, entrambe problematiche e critiche. Durante la penultima sessione generale del Concilio, il 18 novembre 1965 Paolo VI annuncia l’Anno della fede – dal giugno 1967 al giugno 1968 – nel XIX centenario del martirio dei Santi Pietro e Paolo. Da una parte, l’iniziativa vuol essere una risposta alla secolarizzazione crescente, alla contestazione globale; dall’altra, l’Anno è una«conseguenza ed esigenza postconciliare», perché una scorretta interpretazione del Concilio ha portato la crisi interna alla Chiesa, la più temuta, costruendo un cristianesimo – spiega Paolo VI – avulso dalla tradizione e dal magistero, che arriva al paradosso di «esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi», come scrive nell’esortazione apostolica a cinque anni dalla chiusura del Concilio. Si tratta di una mossa di pastorale “straordinaria”, in un periodo storico-ecclesiale in cui la fede «non è del tutto morta, ma non è per niente viva», come afferma il Papa nel 1967, e in cui si registra una mancanza di certezze ideali, di speranza. Primo compito del pontefice, per Papa Montini, è dare ai fedeli la certezza, l’energia, il coraggio, la gioia della fede.

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