Il filosofo Silvano Petrosino sottolinea la profondità dell’intervento pronunciato dall’Arcivescovo il 6 dicembre nella basilica di Sant’Ambrogio

di Pino NARDI

«L’esigenza di ripensare l’antropologico può essere l’elemento comune di tutti, in cui ognuno può dare il proprio contributo, in modo particolare coloro che riconoscono nella dimensione religiosa un aspetto essenziale. Ho percepito nelle parole del cardinale Scola come un richiamo al fatto che bisogna stare attenti, perché la realtà concreta storica spesso contraddice e nega anche le buone intenzioni. Quindi la laicità si trasforma in laicismo. Perciò libertà religiosa e laicità dello Stato sono due punti essenziali». Silvano Petrosino, docente di Filosofia morale e di Filosofia della comunicazione all’Università cattolica, rilegge il Discorso alla città che l’Arcivescovo ha pronunciato il 6 dicembre nella basilica di Sant’Ambrogio, sottolineando più volte la profondità del testo e i tanti spunti di riflessione.

Professor Petrosino, quali sono stati gli aspetti che l’hanno colpita di più in questo Discorso del Cardinale?

«Una prima cosa che mi ha colpito è una formula che ha ripetuto più volte: è così in linea di principio ma, di fatto, si verifica l’opposto. Cioè questo riferimento a una sorta di realismo concreto. Per esempio quando afferma: “Se astrattamente parlando si potrebbe immaginare che una legislazione in grado di ridurre i margini della diversità religiosa riesca anche a ridurre fino ad eliminare la conflittualità che ne può derivare, di fatto si verifica la situazione esattamente opposta: più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa”. Un secondo punto che ho trovato molto interessante è rispetto al concetto francese di laicità: “Esso si basa sull’idea di in-differenza definita come neutralità… e per questo si presenta a prima vista come idoneo…”. Poi subito dice: “Nei fatti la laicità alla francese ha finito per diventare un modello maldisposto verso il fenomeno religioso”. Mi sembra molto importante il richiamo al passaggio da un’affermazione di principio a una situazione storica di fatto. Fra l’altro questo riferimento alla laicità alla francese è interessante: l’affermazione di principio della neutralità di fatto poi si traduce in una sorta di opposizione al fenomeno religioso».

Un aspetto che emerge e che l’ha colpita è la dimensione antropologica…

«Esatto. L’elemento in senso positivo che secondo me merita la massima attenzione è quando dice che “la libertà religiosa appare oggi come l’indice di una sfida molto più vasta”: elaborare nuove basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria della società civile. Il Cardinale fa un riferimento fondamentale a una nuova antropologia e questo a me sembra che sia rivolto anche al mondo cattolico. È necessario riformulare e ripensare l’antropologico: è decisivo perché circolano diverse caricature dell’uomo. Qui è interessante che il Cardinale non faccia una sorta di difesa di Dio o del religioso, ma dica che questo è fondamentale per ripensare in modo serio l’antropologico».

Diceva che è un messaggio rivolto anche ai cristiani…

«Infatti, per me questo è decisivo pure per i cristiani. Il tema della libertà religiosa è indice di una sfida molto più vasta, che riguarda un pensiero dell’uomo, una sorta di antropologia che chiaramente non può costituirsi in modo serio se non in riferimento a Dio e ai fratelli. La dimensione religiosa è sempre legata alla carità».

E come filosofo cosa l’ha colpita di più?

«Dal punto di vista filosofico è importante quando affronta la questione dell’obbligo di cercare la verità. E qui fa il riferimento ad Agostino, che è un genio. Questo è veramente notevole, ma difficile: non siamo noi a possedere la verità, ma è la verità che ci cerca e ci possiede. Riprende ancora il discorso antropologico: se si affronta in modo serio l’umano, non si può non riconoscere che è abitato da qualcosa che supera l’umano stesso. L’uomo è abitato da un desiderio di un’apertura all’infinito che non può né evitare né dominare, perché nella misura in cui tentasse di eliminare questa apertura, questa verità che lo chiama, l’uomo si dissolverebbe come tale».

Il cardinale Scola ha anche ripreso un tema a lui caro: il meticciato di civiltà e di culture…

«È significativo che parli di processo storico e non di progetto. Questo è interessante, perché il progetto è inevitabilmente colonialista. Invece il riconoscimento di un processo storico appartiene ancora una volta all’antropologico. Non è possibile alcuna posizione seria dell’uomo se non in apertura a Dio e in rapporto agli altri uomini».

Dunque, non deve essere una questione ideologica…

«Anche perché ideologicamente si rivelerebbe, alla fine, una sorta di colonialismo, un’imposizione di fatto del più forte. È come nel caso della verità: ogni ricerca della verità rischia poi di trasformarsi in un idolo, se non a partire dal riconoscimento che sono già stato raggiunto dalla verità per il fatto stesso che la ricerchi. E così mi sembra che questo meccanismo valga anche rispetto al meticciato. Non è una filantropia, nel senso che menti colte si mettono a pensare».

L’Arcivescovo conclude sottolineando la necessità di «un lavoro comune», indicando la necessità di una nuova e larga cultura del sociale e del politico, insomma «vita buona e buon governo vanno di pari passo»…

«A me sembra che sia quel grande richiamo al ripensare antropologico e in questo senso è aperto a tutti, non è confessionale».

Più volte Scola ha sottolineato l’aconfessionalità dello Stato, delle istituzioni, della dimensione pubblica…

«Sì, certo. Per esempio stigmatizza “la storica e indebita commistione tra potere politico e la religione”. Riafferma la posizione classica del cristianesimo dopo duemila anni, della divisione – che è chiarissima – dei poteri. All’interno di questo però dice: “Il pensare l’uomo è qualcosa che coinvolge tutti”».

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