Tra fede e ragione non esiste contrapposizione, ma reciproca e feconda interazione

di monsignor Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

lettera pastorale

Vi è un aspetto della fede che appare insieme sorprendente e interessante: quello della conoscenza. «So infatti in chi ho posto la mia fede», si legge nella seconda lettera di San Paolo a Timoteo. È il passo che viene citato nella Lettera dell’Arcivescovo sempre al numero sei. In un passaggio del Vangelo di Giovanni troviamo una frase di Gesù molto illuminante: «Se rimanete nella mia parola siete davvero miei discepoli: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32).

Chi crede, dunque, conosce. A prima vista la cosa può sembrare contraddittoria. Siamo stati abituati a pensare che il credere cominci là dove il sapere finisce. Ciò che si crede – si sente dire normalmente – non può essere dimostrato, perché oltrepassa i confini dell’intelligenza: non puoi capire e proprio per questo devi credere! Una simile contrapposizione tra fede e ragione non fa parte dell’annuncio del Vangelo. Per rendersene meglio conto occorre forse meditare un momento sul tipo di conoscenza che la fede mette in gioco.

Possiamo partire dall’esperienza, dal momento che la conoscenza di cui stiamo parlando, essendo conoscenza di Dio, mette in campo la relazione personale. Ebbene: come ci si conosce tra persone? Quando si può dire di conoscere veramente un’altra persona? Nelle relazioni interpersonali la conoscenza non ha a che fare semplicemente con le informazioni, poiché sapere qualcosa di qualcuno non vuol dire necessariamente conoscerlo. La conoscenza suppone una frequentazione, cioè il parlarsi, l’ascoltarsi, il condividere. Essa si plasma nella forma di una sintonia profonda che a un certo punto del cammino non ha più bisogno di parole. Conoscersi è capirsi, è percepire ciò che l’altro sente e pensa, addirittura il precederlo nella sue azioni e reazioni: «Sapevo che avresti detto questo!».

La conoscenza che viene dalla fede in Dio risponde alle stesse dinamiche. Colui che noi conosciamo credendo è il Dio vivente, il Cristo risorto: a lui noi ci apriamo nell’ascolto della sua Parola, nel dialogo della preghiera, nella condivisione interiore della vita di grazia. Prima di essere conoscenza delle verità della fede, la nostra è conoscenza nella fede della verità di Dio, cioè della sua personale e amorevole rivelazione. Qualcosa di difficilmente spiegabile, che nasce dal profondo di noi stessi, ci porta a ritenere, con piena consapevolezza e convinzione, che quanto crediamo di Dio è vero, che cioè riempie di senso la nostra vita, la illumina, la salva, la rinnova, la santifica.

In tutto questo c’è senza dubbio spazio per l’esercizio dell’intelligenza. Potremmo dire così: le ragioni del credere possono essere ben colte dalla ragione credente. Una delle esperienze più belle che l’uomo può fare è proprio questa: cogliere con l’intelligenza la ragionevolezza della fede, ma anche la luce che la fede proietta sull’esistenza nei suoi vari aspetti. Potremmo parlare di una sapienza che viene dalla fede e che esalta il compito affidato alla nostra intelligenza. Dunque, non contrapposizione tra fede e ragione, ma reciproca e feconda interazione.

da Avvenire, 22/12/12

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