Le nuove prospettive messe in evidenza dal Dossier 2012 Caritas-Migrantes nell’analisi di don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana

di Pino NARDI

Don Roberto Davanzo

«Il fenomeno migratorio, non più un fatto di single, ma di famiglie, entra più facilmente nel tessuto normale, perché le donne frequentano i supermercati, vanno a prendere i bambini a scuola, incontrano le mamme italiane. Questo permette di declinare in termini di normalità questa realtà, per cui c’è un’integrazione, magari non ancora a livello di testa, ma di fatto nella vita quotidiana». Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, riflette sulla fotografia scattata dallo studio sull’immigrazione.

Dal Dossier emerge che il fenomeno migratorio è ormai inevitabile e consolidato. Secondo lei c’è bisogno di un cambiamento culturale, visto che nei giorni scorsi il cardinale Scola ha sottolineato la difficoltà dell’integrazione?
Il vero salto culturale lo possiamo offrire come comunità cristiana, facendo diventare la presenza degli immigrati cattolici, che abitano nei nostri territori e parrocchie, un motivo di rinnovamento della nostra pastorale. Anche il grande impulso che Family 2012 ha dato per l’ospitalità e l’accoglienza deve farci riflettere rispetto a un’accoglienza normale, stabile dentro la nostra vita ecclesiale. Gli immigrati cattolici quanto sono oggetto della nostra pastorale e ci preoccupiamo di farli sentire a casa loro? Deve essere la prima grande ricaduta. Infatti, questo tipo di sensibilità deve crescere: abbiamo la sensazione che il rapporto con il mondo dell’immigrazione sia di benevolenza, di offerta di servizi, di assistenza anche intelligente, ma non ancora un rapporto di Chiesa.

Tra l’altro un fenomeno in grande cambiamento: le famiglie superano i single. Questo cosa comporta nella vita ecclesiale?
È il secondo elemento che abbiamo sottolineato: non c’è solo una questione numerica, ma una dimensione ormai familiare dell’immigrazione. Tutto ciò ci porta a rinnovare un grande appello perché, a livello diocesano e di singole comunità parrocchiali, si arrivi a questa forma mentis: sono nostri parrocchiani come lo sono gli italiani. I tanti bambini stranieri, cattolici e non cattolici, che frequentano gli oratori estivi, sono una testimonianza di integrazione che si sta realizzando. Come gli innumerevoli minori immigrati che frequentano le nostre scuole. Nelle progettazioni però non siamo ancora all’altezza.

Dunque, la famiglia come possibilità di una migliore integrazione…
Sì. Quando c’è di mezzo una famiglia con i bambini, la persona immigrata è avvolta in un contesto che magari la espone meno al rischio delinquenziale. Quindi favorire i ricongiungimenti familiari va anche a favore di un processo di maggiore sicurezza per i nostri territori.

Come vede il rapporto con gli immigrati di altra religione? Sta migliorando la conoscenza reciproca, per esempio con gli islamici?
Già la pacifica convivenza, il rispetto, l’evitare toni allarmistici e di crociata da parte nostra è il primo modo per dire che siamo diversi, ma che non significa che non possiamo rispettarci e immaginare insieme il futuro benessere del nostro Paese. Anche se non ci sono stati chissà quali passi avanti nella conoscenza approfondita, in questi ultimi tempi si sono smorzati toni di disprezzo o di minaccia. Ciò non toglie nulla al dovere di una reciproca conoscenza, non sloganistica e semplificatrice. Sono processi culturali più lunghi, che devono vedere protagoniste anzitutto le fasce più intellettualmente preparate delle nostre religioni».

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