Il problema, alla luce dell’intervento del cardinale Scola a Sant’Ambrogio,
è sul tipo di rapporto tra potere pubblico e società civile

di Francesco BOTTURI
docente di etica e di filosofia morale, Università Cattolica

Botturi
Il professor Francesco Botturi

L’intervento del cardinale Angelo Scola sulla libertà religiosa, in occasione della solennità di Sant’Ambrogio, ha suscitato un dibattito interessante, ma non esente da parzialità derivanti da una considerazione troppo ristretta della cosa.

Se un merito invece ha l’intervento del Cardinale sta proprio nell’aver collocato il tema entro un più ampio contesto: «La libertà religiosa appare oggi come indice di una sfida molto più vasta», quella della elaborazione «di nuove basi […] della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio». Perché – aveva spiegato – si è aperta un’epoca che, nel contesto dell’attuale globalizzazione del mondo, pone il problema della convivenza in termini di prossimità e mescolamento di etnie, culture, religioni come mai prima.

È vero che Scola, mette in primo piano lo Stato, dando così l’impressione che, in definitiva, la questione si riconduca alla vecchia querelle di Stato e Chiesa. Ma in realtà questa non è che un’esemplificazione tradizionale del problema più vasto dell’oggi, ancor più rilevante là dove il potere dello Stato nazionale retrocede a favore di altri poteri istituzionali (europei, internazionali) o di fatto (economico-finanziari transnazionali). È vero che per la dottrina costituzionalista italiana la laicità dello Stato è interpretata come laicità collaborativa con le realtà religiose riconosciute presenti nel Paese. Ma questo convive con la ricorrente denuncia di interferenza e di attentato alla laicità dello Stato nei confronti di orientamenti legislativi che, benché sottoposti a votazione e alla regola di maggioranza, provengono da settori politici ispirati da una concezione religiosa; oppure con la denuncia di violazione della laicità da parte del sostegno pubblico a iniziative di utilità pubblica, accertata, come le scuole non di Stato. Posizioni che testimoniano che lo spazio pubblico è ancora concepito tale in quanto religiosamente neutralizzato.

Non è dunque azzardato il giudizio che la non confessionalità dello Stato non basti a garantire il protagonismo pubblico delle culture religiose. Questa situazione d’altra parte è indotta – come suggerisce l’intervento del cardinale Scola – dall’assolutizzazione di un proceduralismo decisionale, che cerca di disimpegnare la politica dall’impegno con fini qualificati per mezzo di una neutralità di metodo che prescinde da criteri di valore. In questo modo – osserva però Scola – il potere pubblico finge una neutralità nei confronti dei valori che sono invece impliciti in ogni scelta giuridica e istituzionale e assume di fatto una visione di tipo secolarista. È vero d’altra parte che l’ente pubblico non deve essere parziale e deve rispettare il pluralismo. Come è possibile allora conciliare le due istanze di rispetto della libertà attiva delle culture e dell’imparzialità dell’istituzione pubblica in una società caratterizzata da un pluralismo sempre più ampio e profondo? È il problema che il discorso del Cardinale consegna all’impegno della comunità cristiana e del dibattito, non senza però dare un’indicazione preziosa, che cioè l’avvio del ripensamento deve avvenire nella prospettiva del «bene pratico comune dell’essere insieme».

Il problema, infatti, riceverebbe una nuova impostazione se davvero il potere pubblico fosse concepito e praticato come custode e gestore di un bene comune, cioè di una comunanza di vita nazionale in cui tutte le tradizioni culturali e le identità religiose sono parte attiva. In definitiva il problema è il tipo di rapporto che il potere pubblico intrattiene con la società civile, intesa come tessuto relazionale pluralistico, di cui valorizzare il più possibile, piuttosto che controllare, il protagonismo. Ciò ha la sua verifica concreta nella misura con cui gli indirizzi istituzionali e le politiche pubbliche favoriscono effettivamente forme di solidarismo e di sussidiarietà, perché è qui che si coniugano l’imparzialità di regole che valgono per tutti e il maggior pluralismo possibile delle identità.

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