Redazione

Dalla romanica abbazia bergamasca di Sant’Egidio,
dove si era ritirato negli ultimi anni della sua vita,
padre David Maria Turoldo
aveva in diverse occasioni tuonato contro
«questa nostre chiese che sono spesso dei garage,
dove a volte ti senti così solo come in nessuno spazio.
Chiese costruite da palazzinari, piuttosto che da gente di fede».
Parole dure, volutamente provocatorie,
che esprimevano un disagio comunque diffuso
anche in buona parte della comunità dei fedeli,
spesso sconcertata di fronte a tante ardite soluzioni
della recente edilizia religiosa.

di Luca Frigerio

Certo, generalizzare non serve. Ma troppe tra le chiese sorte in questi ultimi decenni appaiono lontane da una sentita sensibilità religiosa ed estranee alle aspettative della gente. Eppure, dal dopoguerra ad oggi, nella sola diocesi di Milano sono state costruite circa 350 nuove chiese. Un risultato per molti versi straordinario, spiegato anche dai noti fenomeni di trasformazione sociale che hanno investito le province lombarde in questi decenni. Appare evidente, quindi, che il tema dell’architettura religiosa sia un argomento di grande interesse, che suscita e sollecita delicate questioni, soprattutto in occasioni particolari come questa giornata diocesana per le nuove chiese.

RICHIAMO AL MISTERO
«La chiesa deve essere il luogo atto a richiamare al Mistero , e capace di introdurci in esso», chiarisce subito monsignor Luigi Crivelli, responsabile per i Beni culturali ecclesiastici della diocesi ambrosiana. «Un luogo, quindi, dove luce e silenzio, spazi e altezze, forme e colori, possano creare quel clima che rende più facile all’uomo percepire il rapporto che corre tra tempo ed eternità, attraverso quella forma speciale di dialogo con Dio che si chiama "liturgia"». E questo non sempre accade, soprattutto quando nella progettazione di un’architettura cultuale prevale un discorso puramente tecnico su quello teologico.

Ma qual è, allora, il limite maggiore di questa architettura contemporanea? «Si realizzano chiese che sembrano poter andar bene solo per la generazione presente. E’ triste constatarlo, ma si ha l’impressione che manchi decisamente una visione in prospettiva». Insomma, se alcune realizzazioni moderne lasciano perplessi è forse perchè, nonostante le buone intenzioni, non sempre i progettisti incaricati possiedono quella sensibilità e quelle conoscenze teologiche necessarie per costruire una casa di Dio.

UNA SFIDA UNICA
E gli architetti, cosa rispondono? «Progettare una chiesa è un qualcosa di unico, che non può essere assolutamente paragonato a qualsiasi altro lavoro nel campo dell’architettura civile. E’ una vera sfida, la prova decisiva in cui si dimostrano le proprie capacità o i propri limiti», afferma con decisione Alberico Belgiojoso, che ha continuato in questi anni, con la chiesa di San Giovanni Battista a Settimo Milanese, una tradizione di architettura religiosa cominciata oltre 60 anni fa dallo studio paterno.

Del resto, una delle tentazioni in cui possono cadere più frequentemente i progettisti di chiese consiste nel trascurare ogni riferimento del passato o del presente, pensando di dover ripartire ogni volta da capo, come per riscoprire tutto. Quasi che questo dell’architettura del sacro costituisca un capitolo del tutto speciale, in cui i criteri di buona progettazione non valgono più.

«Effettivamente in questo campo c’è molta libertà, forse troppa», conferma l’architetto Belgiojoso. «Per questo ritengo che la sperimentazione, per quanto irrinunciabile, vada sorretta in questi casi da norme e direttive precise. Ben venga, dunque, l’intervento di un’apposita commissione d’arte sacra, che fornisca precisi criteri da cui partire, affrontando tutte le varie problematiche. Se poi un architetto riesce ad andare oltre, tanto meglio per tutti».

UNA RICERCA CONTINUA
Il mondo dell’architettura moderna appare dunque in fermento, e così il dibattito continua, ampliandosi. «D’altra parte, siamo un po’ tutti alla ricerca di un modello», ammette Gian Paolo Guzzetti, architetto che ha tra l’altro all’attivo la recente chiesa di Santo Stefano di Novate di Merate. «Anche in una società secolarizzata come la nostra, l’edificio sacro rimane in assoluto quello più importante. Eppure il più delle volte ci troviamo ancora in difficoltà nell’affrontarlo. Abbiamo fatto tentativi di tutti i tipi in questi anni, relativamente alla pianta e alle singole parti, rispettando vecchie e nuove disposizioni liturgiche. Ma proprio perchè sentiamo di non essere ancora giunti ad una conclusione definitiva, continuiamo in questo nostro lavoro d’indagine».

Ma oggi la costruzione di una nuova chiesa ha ancora quel ruolo di aggregazione popolare che aveva nel passato? «Certamente, e ne ho avuto esperienza diretta», racconta ancora Guzzetti. «Ma la chiesa, perchè sia centro vivo della vita cittadina e parrocchiale, dev’essere veramente a misura d’uomo, senza troppe pretese di straordinarietà. Conosco infatti strutture estremamente interessanti, razionali, perfino geniali nelle soluzioni adottate, ma che non sono riuscite a farsi amare dalla gente, perchè fredde, e forse senz’anima».

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