Nella celebrazione che ha concluso, in Duomo, i riti del 2 novembre, il cardinale Scola ha indicato il legame profondo con i defunti, in virtù del rapporto con Cristo che ha sconfitto la morte

di Annamaria BRACCINI

defunti Duomo

“La comunione dei Santi non è spezzata dalla morte e noi viviamo in un rapporto misterioso silenzioso, ma intimo ed efficace con i nostri cari morti”
È la Messa vespertina del 2 novembre, che conclude la Giornata dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, e queste parole che risuonano scandite in Cattedrale, sono dell’Arcivescovo, cui sono accanto, nella concelebrazione, tutti i Canonici del Capitolo metropolitano.
Mai come in questi giorni, le tante statue di Sante e Santi che vegliano, dall’alto, sovrastati dalla Madonnina, il Duomo paiono circondare di una presenza viva la comunità riunita in preghiera.
E il Cardinale lo dice subito, in apertura della sua riflessione, che giunge al termine di ore interamente centrate sul mistero della morte – dalla celebrazione della mattina per i Caduti di tutte le guerre nella basilica di Sant’Ambrogio, al pomeriggio presso il cimitero cittadino di Lambrate – con un pensiero che è sintesi, appunto, di tutti questi intensi riti di fede.
«Con l’abbraccio poderoso della Trinità, noi viviamo la memoria dei nostri defunti, che non è ripiegata sulla nostalgia di un passato che non torna, ma che è tesa al futuro, a quell’essere sempre con il Signore, come potremmo definire in maniera evidente il paradiso: non un luogo fisico, ma una modalità di relazione compiuta e sostanziosa non più attraversata dalle nostre impurità». E se l’aspirazione è quella della risurrezione, per ognuno, anche del vero corpo fisico, come suggerisce Paolo nella Prima Lettera ai Corinti, «ciò orienta la nostra intera esistenza nella speranza certa», aggiunge.
Deriva da qui la comprensione del «rapporto vivo e vitale, di cui è segno la partecipazione a questa Eucaristia».
In questa logica, ben si capisce che l’espressione di Tertulliano, “la carne è il cardine della salvezza”, ribadita dal Catechismo, se, da un lato, intercetta il desiderio fin troppo diffuso oggi, di credersi onnipotenti ed eterni, dall’altro, deve essere correttamente compresa nella consapevolezza che «solo in Cristo la morte ha perso la sua forza di annichilimento e il peccato quella della distruzione e che crediamo nel Dio fatto carne per la risurrezione della carne».
Concetti, questi, su cui occorre un approfondimento continuo, libero da facili ‘perdonismi’ e ‘buonismi’, per il quale è, allora, un’autentica occasione di grazia l’Anno della fede, «che rinsalda il nostro legame con Gesù e che deve vedere uno straordinario impegno di conversione a Dio e di comunione tra noi, anche nel rapporto sociale e civile». E tutto questo sperimentando quotidianamente una testimonianza, che il Cardinale definisce “fervente”, costruendo, in conformi alla sequela di Cristo, comunità aperte, “senza bastioni”, capaci di condividere «il bisogno di tutti i nostri fratelli, a partire dagli ultimi». Insomma, ‘prendere sul serio’ la vita e la morte, «nella certezza della risurrezione finale», senza paura dei nostri peccati, ma sapendo chiedere perdono, accostandosi, specie in queste settimane che ci avvicinano al Natale, al sacramento della Riconciliazione.
Riconciliazione con noi stessi, con gli altri, con il nostro inevitabile destino umano, secondo quell’esemplarità che ci indicano i Santi e coloro, edificatori di vita buona e operatori di pace, che ci hanno preceduto nella vita eterna, come i Pastori della nostra Chiesa che riposano in Duomo e sulle cui tombe il Cardinale si reca, a fine della celebrazione, per l’aspersione, la benedizione e una preghiera sostando di fronte ai suoi diretti predecessori sepolti tra le navate: Martini, Colombo, il beato Schuster.

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