Il commento di Papa Benedetto al brano del Vangelo che narra la guarigione della figlioletta di Giario e la donna emorroissa

di Cristiana DOBNER

Quasi sempre o forse del tutto sempre, gli eventi che costellano la nostra esistenza presentano diversi piani di lettura: l’uno immediato, l’altro più sottile e più nascosto ma non per questo meno incisivo o meno reale. A questo sguardo ci educa il Vangelo e il commento di papa Benedetto alla liturgia di domenica 1 luglio (rito romano, ndr) che narra la guarigione della figlioletta di Giario e la donna emorroissa: «Due episodi in cui sono presenti due livelli di lettura; quello puramente fisico: Gesù si china sulla sofferenza umana e guarisce il corpo; e quello spirituale». Non perché noi umani si sia scissi, con da una parte il corpo e dall’altra lo spirito, così pensando la persona non sarebbe una, ma perché il grande segno della guarigione fisica porti e conduca ad afferrare qualche cosa di più e di perenne: «Gesù è venuto a guarire il cuore dell’uomo, a donare la salvezza e chiede la fede in Lui». Impresa del tutto eccezionale: toccare il nucleo e dargli una svolta. Quando ben sappiamo quanto sia difficile anche solo spostarsi da un’idea per comprendere gli altri.

Gesù chiede qualche cosa di ancora più profondo: l’apertura di questo nucleo per ricevere la fede. Non per astrazione o confronto, sì per esperienza: Egli stesso si muove verso di noi ma non per espugnarci. La libertà che rileva una potenza diversa che lo investe e lo coinvolge, può affidarsi o rifiutarsi, tocca il vertice e deve sbilanciarsi, non può rimanere indifferente e scrollare le spalle ad un Altro.

Papa Benedetto ricorda Girolamo e il suo monito: «Il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù», che magari esistono, sono esercitate ed educate ma insufficienti; possono trovare la loro autentica energia solo in uno scarto, in un balzo che abbandona la propria posizione autocentrata per fare posto a un altro centro. Non soppiantandolo o distruggendolo bensì guarendolo e conferendogli una dimensione nuova, in cui il cuore si scopra abitato e sollecitato, ricco di nuove forze che cantano una vita diversa, quella della fede e non solo quella dello scorrere del tempo e della pura materia. In quest’accettazione, la persona si scopre giunta e condotta alla sua totalità: il corpo e lo spirito, insieme e coordinati, si armonizzano perché la grazia, cioè l’amicizia con Dio, la comunione amorosa, non rinchiudono la persona ma la dilatano. Esplode, allora, la fede che salva: «Figlia, la tua fede ti ha salvata».

Non è stolido o non aderente alla realtà l’insegnamento di Papa Benedetto e neppure teso a negare quanto riscontriamo, passo dopo passo, che ci viene incontro e sembra travolgerci, rappresenta l’essenziale: «Superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita».

Senza essere degli struzzi che infilano la testa sotto la sabbia della bufera incombente e si ritengono salvi, perché «è giusto» mentre ci dibattiamo fra «problemi, necessità concrete», chiederne la guarigione. È inevitabile che si debbano affrontare, conoscere e superare, nessuna esistenza ne è priva. Il continuo e inesausto chiedere è prezioso però quando sia innervato dalla fede da «chiedere con insistenza», per tre ragioni concomitanti fuse nell’energia spirituale salvifica. Innanzitutto, «perché il Signore rinnovi la nostra vita»: la vitalità inestinguibile di chi si sa pellegrino verso una vita che non muterà più. Poi, «una ferma fiducia nel suo amore» – mai scoraggiata perché consapevole di una Presenza che non tentenna ma è salda – e infine fiducia anche «nella sua provvidenza che non ci abbandona», perché sempre ci previene, ancora prima che lo si avverta, già in atto e soltanto da riconoscere.

Gesù si è sempre piegato verso la sofferenza umana quando percorreva le strade della Palestina e continua ancora oggi, in una visione di fede, a essere piegato su di noi per rialzarci e soccorrerci, dobbiamo però aiutarlo.

Quando siamo deboli, colpiti da qualche malanno, impossibilitati a una vita autonoma, invochiamo aiuto e «le riserve d’amore» – chi dedica la vita professionale a guarire – diventano oasi che parlano e dimostrano la potenza salvifica di un cuore che sappia condurre «all’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro».

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