L'Arcivescovo ha presieduto il rito di consacrazione della cappella
del nuovo Monoblocco del Circolo e incontrato malati, familiari,
medici e paramedici

di Maria Teresa ANTOGNAZZA

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Malati, personale medico e paramedico, autorità politiche e militari, i sacerdoti della città e molti fedeli; decine di persone hanno accolto domenica mattina nella hall del nuovo Ospedale di Circolo di Varese l’arcivescovo Angelo Scola, invitato a consacrare la chiesa del Monoblocco, dedicata al Beato Giovanni Paolo II.
«Un invito di cui vi ringrazio moltissimo – ha detto il cardinale al suo arrivo, prima della celebrazione eucaristica – perché la presenza di questa chiesa, che è anche parrocchia, all’interno di un luogo di cura e di sofferenza ci permette di cogliere il significato profondo della Pasqua che stiamo ancora celebrando. Ci dice infatti che, in fondo, la domanda di salute che qui esprimono i pazienti, e alla cui cura si dedicano medici e familiari, non è solo per la restituzione di una relativa buona integrità fisica, ma è anche una domanda di durata, la possibilità di andare oltre la morte biologica. La presenza di una chiesa nell’ospedale esprime la domanda di salvezza che è propria di ogni uomo e ci conferma che la risposta ad essa non può venire dall’uomo stesso ma viene da Cristo, unica e vera risposta alle nostre domande».
Una storia di ottocento anni, come quella del Circolo – ha sottolineato ancora Scola – «ci conferma che quando il dolore e la malattia sono affrontati in una prospettiva non solo umana,ma in quella di Gesù, possono trovare un sollievo effettivo, sia come cura che come accompagnamento». Un concetto ripetuto in forma estremamente solenne durante il suggestivo rito di consacrazione dell’altare della cappella del Monoblocco, che ha visto l’arcivescovo ungere abbondantemente con le mani il piano della mensa con l’olio crismale, segno che la comunità che vi si riunisce appartiene a Cristo, portatore di salvezza; mentre gli altri segni dell’incensazione dell’altare e dell’assemblea e l’illuminazione della chiesa hanno richiamato il valore della preghiera e della testimonianza cristiana.
Nei loro calorosi saluti all’arcivescovo il direttore generale dell’Azienda ospedaliera, Walter Bergamaschi, il rettore dell’Università dell’Insubria Renzo Dionigi e il sindaco Attilio Fontana hanno richiamato la storia del nosocomio, nato nel 1100 come segno fattivo della carità dei varesini, mai venuta meno e riaccesa negli ultimi anni a sostegno delle opere dell’ospedale. Nell’omelia l’arcivescovo ha voluto ricordare la figura di Giovanni Paolo II a cui la chiesa è stata dedicata: «Questo papa, soprattutto negli ultimi anni della sua vita ha parlato alla gente soprattutto con i gesti, attraverso l’offerta della sua sofferenza. Un’esperienza che dice all’uomo chi è veramente».
Non sono mancati cenni all’attualità sociale e politica; nelle sue parole il cardinale ha espresso preoccupazione per la situazione del paese, «momento di grande passaggio» in cui spesso «sterili e continue opposizioni dialettiche si antepongono alla ricerca del vero bene politico primario che è il vivere insieme. Il bene pratico va anteposto al dibattito, assumendo l’uomo nella sua totalità, che significa impegnarsi nella costruzione di civiltà e dell’effettivo bene comune». Scola ha poi esortato tutti, a partire dai varesini, ad essere «creatori di segni buoni di vita ecclesiale e civile, segni di riscatto di cui ha profondamente bisogno il nostro tempo». Terminati i sacri riti, l’arcivescovo, con il vicario episcopale Luigi Stucchi e il prevosto di Varese Gilberto Donnini, accompagnato dai dirigenti ospedalieri, ha fatto visita al reparto di terapia intensiva, soffermandosi brevemente con malati e familiari.
Poi ha approfittato della sua seconda visita in città per incontrare i parroci e i sacerdoti responsabili delle comunità pastorali del capoluogo.

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