Celebrazione eucaristica in Seminario alla presenza dell'Arcivescovo per i diaconi che saranno ordinati il 7 giugno («grazie per il coraggio di una scelta non facile») e per vescovi e sacerdoti di cui quest'anno ricorre un significativo anniversario

di Annamaria BRACCINI

Festa dei Fiori

«Ringraziamo il Signore per i venticinque giovani che diventeranno presbiteri il 7 giugno e siamo loro grati per il coraggio di questa scelta non facile del mondo di oggi». Il saluto affettuoso del cardinale Scola, al termine della celebrazione nella Basilica del Seminario di Venegono, definisce il senso di una mattinata vissuta nella gioia e nella condivisione. E quando l’Arcivescovo ricorda gli anniversari sacerdotali – citando per tutti don Pietro Arrigoni, 75 anni di Messa e cento di età – l’applauso che sottolinea le sue parole è il segno di un’intera comunità che si stringe attorno ai seminaristi e ai preti.

È la Festa dei Fiori, in cui si festeggiano coloro che “compiono” 65, 60, 50 anni di ordinazione. Insieme, si presentano al Cardinale i candidati. In questo 2014 il momento celebrativo è reso ancora più intenso per l’inaugurazione dell’ala del Seminario destinata al biennio teologico. Il Cardinale scopre e benedice la targa, ringrazia in modo specifico chi, come la Comunità di Saronno e monsignor Armando Cattaneo, hanno generosamente contribuito, rendendo possibile la conclusine dei lavori. «Senza il loro dono consistente saremmo in grandissima difficoltà», spiega Scola, che aggiunge: «L’augurio è che il Seminario riunito in questa unica sede di Venegono, riannodandosi a una grande tradizione, possa essere una testimonianza vitale per le giovani generazioni». Il pensiero va alla Comunità seminaristica per le scuole medie superiori, voluta dalla Diocesi «che dobbiamo – i parroci per primi – comunicare ai ragazzi che sono più disponibili di quanto si crede di fronte alla bellezza di questa scelta».

La presentazione dei candidati conclude il momento pubblico della Festa, tra musica, palloncini e allegria. Un incontro tradizionalmente atteso che, nella evidente partecipazione dei moltissimi sacerdoti presenti, si fa occasione di memoria grata per gli anni trascorsi in Seminario e per la vocazione che, anche dopo decenni e decenni di Messa, è “giovane”.

Sono ben tre, quest’anno, i Vescovi che, con i loro “compagni”, festeggiano il mezzo secolo come presbiteri: nella classe 1964 anche il cardinale Attilio Nicora, ricordato dall’Arcivescovo, ma che non ha potuto essere a Venegono. E allora sono monsignor Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare di Milano e vicario episcopale per i Grandi eventi, e i monsignori Giovanni Giudici e Roberto Busti, rispettivamente alla guida della Diocesi di Pavia e di Mantova, a raccontare la straordinaria e insieme quotidiana esperienza dell’essere preti. Rispondono alle domande che, a nome di tutti i seminaristi, pone Costante Nazario, studente di V Teologia: «Quali sono gli ambiti in cui è cresciuta la vostra vocazione, quale il ricordo più caro che avete, cosa consigliereste a noi seminaristi?».

«La vita di un prete che ricorda cinquant’anni di ministero vede tante stagioni e mi fa sentire felice, perché so quanto il Signore mi ha voluto bene – dice subito De Scalzi, la cui vocazione nacque in oratorio a Saronno -. Ricordo con gratitudine gli anni in Seminario, che era allora una scuola severa, senza distrazioni, e ringrazio che sia stata così, facendoci imparare a vivere in comunità, a studiare, a riconoscere il Signore. Ho compreso che la persona è una e che tutto è parte di quella splendida avventura che è la vita. Certe vocazioni nascono dal contagio: la vita nasce dalla vita. Servire il Signore ha dato ai giorni della mia esistenza significato e contenuto, che sono diventati realizzazione umana. Se vuoi fare il prete donati interamente e riceverai una ricchezza per sempre».

Per Giudici la vocazione matura invece nel mondo scoutistico: «Volevo comunicare l’esperienza bella di vita giovanile che avevo potuto fare io. Certo, conta l’esempio familiare, la formazione, ma il Seminario, con l’esperienza della preghiera dello studio e della liturgia, è stato fondamentale. È stato strumento di approfondimento sull’essenzialità dell’esistenza». Un «deserto che fa fiorire e gioia da vivere con slancio», per usare la bella definizione dell’attuale Vescovo di Pavia.

Infine monsignor Busti, la cui vocazione è stata legata a don Romano Cesana, coadiutore nell’oratorio San Filippo a Busto Arsizio: «Un uomo contento di essere prete, che mi faceva sperare di poter diventare come lui, che ci offriva orizzonti». Anche per Busti la maturazione si compie in Seminario, «nell’esperienza di vita comune in una classe numerosa unita e vivace, cercando di convivere e di guadagnare ciò che ci veniva gli uni agli altri». Poi il consiglio, col rammarico per i pochi seminaristi espressi dalla diocesi di Mantova: «A voi ragazzi direi: chiedetevi perché siete qui e troverete lo scopo per cui vi preparate alla totalità della vita».

Il pensiero è anche per l’Azione Cattolica, di cui sia De Scalzi, sia Giudici sono stati assistenti per 10 anni. «L’Ac mi ha aiutato a comprendere il senso vero della responsabilità che esprime nei laici, nel vivere in prima persona la tensione a seguire il Vangelo costruendo comunità cristiane adulte a servizio della Chiesa diocesana».

Si parla del cardinale Martini, ci cui tutti e tre furono, con ruolo diversi, stretti collaboratori. «Nei dodici anni in cui sono stato il suo Vicario generale – spiega Giudici -, la cosa più intensa che ho imparato è stata la sua attenzione alle persone. Lo sentivo capace di cogliere domande, richieste, di accogliere fatiche e speranze dei presbiteri, offrendo risposte in sintonia con il Vangelo».

Monsignor Busti, parla anche – e non potrebbe essere altrimenti – del terremoto che ha colpito nel 2012 la sua Diocesi. «Il terremoto per noi ha voluto dire sentirci un po’ dimenticati: dei 130 luoghi di fede e chiese chiusi, ora ne rimangono ancora una quarantina inagibili. È stata colpita la parte più povera del mio territorio, ma abbiamo coltivato la speranza. Siamo stati presenti, come Chiesa, fisicamente e ci hanno aiutato i tanti gemellaggi con la diocesi di Milano che hanno creato una conoscenza reciproca».

Poi, appunto, la celebrazione eucaristica in Basilica presieduta da monsignor Giudici, concelebrata da centinaia di sacerdoti e alla quale ha assistito il cardinale Scola. Ancora, questa volta sulla scia della Parola di Dio, nell’incontro tra Maria ed Elisabetta, l’auspicio è per un incontro vero, duraturo, concreto col Signore. «Ogni incontro, se riportato alla sua giusta profondità, ci fa prendere coscienza della nostra vocazione con semplicità e apertura di cuore. Occorre quello stile di accoglienza che noi abbiamo imparato nella nostra vita di seminaristi. Questa è una ricchezza che vorremmo condividere con tutti, un “esserci” che porta all’essenzialità, che ci fa attenti alle voci degli altri, attraverso l’ascolto della Parola, accettando la sfida di annunciare il Signore nello Spirito e con la gioia di poterlo fare. Che Lui ci faccia sereni, nella disponibilità piena ad andare come Chiesa per le strade del mondo, come abbiamo intuito nella meditazione di Maria, nelle parole di Elisabetta, nella danza del Piccolo nel grembo della Madre».

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