Redazione

Il dramma dei profughi e dei rifugiati iracheni rischia di aggravarsi. Secondo quanto riferito dall’assistente dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), Judy Cheng-Hopkins, Siria e Giordania starebbero pensando di chiudere le frontiere agli iracheni in fuga che al ritmo di 2.000 al giorno si muovono verso la Siria e 1.000 verso la Giordania. Sarebbero circa 700.000 i rifugiati iracheni in Siria, circa 500.000 in Giordania e circa 650.000 negli Emirati Arabi Uniti. Ad essi non viene garantito né il lavoro, né il diritto alla sanità o allo studio, ma solo quello di soggiorno in attesa di tornare in Iraq o emigrare altrove. Ma quale Natale si appresta a vivere la popolazione cristiana irachena sempre più minacciata e in fuga? Lo abbiamo chiesto al vescovo caldeo, ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni.

di Daniele Rocchi

Eccellenza, le giro la domanda che Benedetto XVI ha posto, domenica 17 dicembre, all’Angelus: "Pensiamo ai nostri fratelli e sorelle che, specie in Medio Oriente, in alcune zone dell’Africa ed in altre parti del mondo vivono il dramma della guerra: quale gioia possono vivere? Come sarà il loro Natale?"
Quello che ci apprestiamo a vivere non è Natale ma un Venerdì Santo… Vogliamo vivere ma non possiamo. Tuttavia ci rivolgiamo a Dio con la preghiera e il digiuno per chiedere aiuto. Il 18 e 19 dicembre abbiamo fatto due giorni di digiuno, elevando la nostra preghiera perché ci troviamo in grande difficoltà. Vogliamo gridare al cielo affinché ci dia pace, sicurezza e stabilità. Vogliamo per Natale quella pace che gli angeli delle Scritture annunciavano.

Nel caos in cui versa l’Iraq, vi state preparando al Natale?
Non possiamo organizzare nulla perché non sappiamo cosa succederà fra poco o più tardi. Forse, quando saremo in prossimità del 25 dicembre potremo organizzare qualche cosa. Adesso posso dire con certezza che non ci sarà la Messa di Mezzanotte, forse ce ne sarà qualcuna in orario diurno. Tutto dipenderà dal coprifuoco o dalle condizioni di sicurezza. Speriamo comunque di celebrare in qualche maniera.

Nelle famiglie, al sicuro nelle case, c’è qualche segno di festa?
Presepe e albero natalizio non mancano nelle case dei nostri fedeli e nemmeno dei dolci tipici, segni di festa. Così come non manca il coraggio di radunarsi per festeggiare il Principe della pace. Tutti cercheranno di fare qualche cosa ma non si sa come e quando. La festa è nelle case, fuori non c’è nulla che faccia pensare al Natale. La preoccupazione principale, una volta in strada, è tornare a casa sani e salvi. Il pericolo di attentati, di autobomba e di rapimenti è elevatissimo. Quella dei sequestri, in particolare, è diventata una vera piaga. Limitiamo moltissimo le uscite, la conduzione degli affari, cerchiamo di essere prudenti. Tutti hanno paura e i cristiani per primi. Hanno rapito e ucciso anche sacerdoti in questi ultimi mesi.

Osservatori politici credono che la violenza contro i cristiani nasconda il progetto di allontanarli da alcune zone dell’Iraq per relegarli in una enclave cristiana…
Se ciò accadesse significherebbe mettere i cristiani in gabbia. Non è giusto. Che fine farebbero le nostre chiese, le nostre case, le nostre tradizioni? Noi siamo sparsi in tutto l’Iraq.

Cosa chiede in questo Natale per il suo Paese?
Non mi stancherò mai di ripeterlo: pace, stabilità e sicurezza. E poi che finiscano questi rapimenti. Che ne sarà dei nostri sacerdoti e dei nostri fedeli? Siamo in grande pericolo. Lo gridiamo al mondo: noi cristiani siamo in grande pericolo. Vogliono ucciderci o cacciarci via. E il mondo aspetta e conta i morti e i rapiti. Nessuno può più vivere qui! Natale è la festa dei bambini: chiediamo a tutti i bambini della terra di pregare per i loro piccoli amici iracheni. Fate sentire loro l’amicizia e il calore. Che almeno i nostri piccoli abbiamo un segno di festa e di gioia.

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