Presentati i dati dell’11° Rapporto delle povertà. Cresce lo zoccolo duro degli assistiti che non riescono a trovare soluzioni: chi entra nel circuito dell’assistenza ci rimane più a lungo

nuovi poveri

Chi scivola nella povertà, ci rimane più a lungo. E non basta più nemmeno trovare un lavoro per rimettersi in piedi. Gli stranieri si integrano con sempre più difficoltà. La crisi infinita è un vortice che spinge sempre più in basso chi ha la disgrazia di finirci dentro. In mancanza di una ripresa economica, l’unica via di uscita viene dalla capacità della comunità di trovare forme nuove di solidarietà.

Sono queste le linee di tendenza che emergono con maggiore evidenza dall’11 Rapporto sulle povertà condotto su 16.751 utenti intercettati dai tre servizi centrali di Milano – Sai (Servizio accoglienza immigrati), Sam (Servizio accoglienza milanese), Siloe (Servizi integrati lavoro, orientamento, educazione) – e dai 59 centri di ascolto scelti a rappresentare i 324 centri diffusi nel territorio della diocesi.

Continua a crescere il numero di persone che bussano alle porte della Caritas. Nel 2011 gli utenti sono aumentati del 6% rispetto al 2008, primo anno della crisi. In particolare, ad aumentare in modo più significativo sono i poveri cronici,  coloro cioè che si rivolgono per almeno due anni consecutivi alla rete di assistenza della Caritas. Costoro crescono di quasi quattro volte in dieci anni. Significativo anche l’aumento in termini percentuali sul totale del campione: i vecchi assistiti rappresentavano circa il 16% del totale degli utenti nel 2002, costituiscono circa 40% di chi ha chiesto aiuto nel 2011.

Dall’analisi dei dati nel tempo emerge che se nei primi anni i centri e servizi Caritas incontravano soprattutto “facce nuove”, in seguito hanno visto aumentare l’afflusso di persone già conosciute. In particolare, il fenomeno è stato evidente nel 2010, anno spartiacque della crisi, quando il numero di vecchi assistiti è aumentato in un anno di circa il 20%, a fronte di un numero totale di utenti stabile. La presenza di uno “zoccolo duro” di utenti evidenzia la sempre più accentuata difficoltà delle persone ad uscire dai circuiti di assistenza. A causa del perdurare della crisi, chi è entrato nel sistema dell’assistenza negli anni passati non è riuscito ad uscirne, chi invece è scivolato nella povertà più recentemente fa sempre più fatica ed impiega più tempo a risollevarsi.

Il problema del lavoro

Il lavoro è il problema principale per il 62% degli utenti che si sono rivolti nel 2011 ai centri di ascolto e ai servizi Caritas. Tuttavia, il lavoro di per sé non è sufficiente a mettere al riparo dalla povertà. Tra chi ha bisogno di occupazione, infatti, vi sono anche persone che, pur essendo occupate, non lavorano abbastanza; persone in cerca di una seconda occupazione perché pur lavorando, non guadagnano a sufficienza. Infine vi è chi lavora, ma in condizioni di irregolarità, ed è quindi nell’impossibilità di vedere riconosciuti i propri  diritti. A dichiarare di avere bisogno di lavoro sono gli stranieri comunitari (il 74,2%) e regolari (67,9%). Seguono gli irregolari (58,2%) e gli italiani (46,7%).

Il secondo bisogno più rilevante è il reddito. Esso riguarda quasi la metà degli utenti (47,8%). In questo caso è rilevato soprattutto tra gli italiani (54,5%), seguono  gli extracomunitari in possesso di regolare permesso di soggiorno (46,9%). Mentre dunque l’assenza di un lavoro è la principale causa di povertà per gli stranieri, per gli italiani è l’assenza di un reddito adeguato a determinare condizione di bisogno.

Integrazione incompiuta

Particolarmente grave risulta la situazione degli immigrati che rappresentano i ¾ degli utenti. Tra costoro quasi un ¼ (il 23%) vive nel nostro Paese da almeno 20 anni e nonostante ciò ha ancora bisogno di ricevere aiuto per provvedere alle proprie necessità materiali. Segno di un’integrazione che a distanza di molto tempo è ancora incompiuta. Che la crisi stia interferendo con i progetti di inserimento degli stranieri presenti da più tempo lo si ricava anche dall’aumento di quasi tre punti percentuali degli immigrati regolari (passati dal 37,3% degli utenti totali  nel 2010 al 40,5% nel 2011) e dalla contemporanea diminuzione di due punti percentuali degli stranieri privi di permesso di soggiorno. Gli immigrati che si sono rivolti ai centri di ascolto hanno trovato un lavoro, sono riusciti a regolarizzare la loro posizione, ma non hanno ancora raggiunto l’autosufficienza economica, anche a causa della sopraggiunta crisi economica.

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