Un nuovo percorso di “counseling” in ambito spirituale e pastorale proposto dall’Istituto superiore di scienze religiose, con lezioni quindicinali fino al 22 giugno. Lo presenta il preside, don Alberto Cozzi

di Luisa Bove

Don Alberto Cozzi
Don Alberto Cozzi

Per la prima volta l’Istituto superiore di scienze religiose propone un corso di counseling per imparare a «Prendersi cura delle relazioni», come recita il titolo. Le lezioni teorico-pratiche si terranno per due sabati al mese a partire dal 2 febbraio fino al 22 giugno. Ne parliamo con don Alberto Cozzi, preside dell’Istituto.

Come mai avete deciso di proporre un corso di counseling?
Perché è un nuovo metodo di lavoro nell’ambito spirituale e pastorale che si impone oggi nella fragilità delle relazioni, dell’identità e delle competenze. Ci siamo accorti che non basta sapere alcune cose o saperle comunicare, ma è importante lavorare sulle relazioni, perché il contesto oggi lo richiede. Di fatto è un bisogno crescente anche in Italia.

Quindi a chi è rivolto?
A tutti gli operatori nell’ambito pastorale e dell’educazione (come gli insegnanti), ma anche all’ambito spirituale, insomma in tutte quelle attività della Chiesa in cui le relazioni hanno una particolare importanza. La competenza relazionale può essere declinata nell’intelligenza empatica, nella capacità di gestire le emozioni, piuttosto che nell’ascolto attivo o nelle dinamiche di leadership. Tutti aspetti non così semplici.

Vuole fare un esempio?
Come quando si scopre che nella conduzione di una parrocchia occorre avere uno stile sinodale che va al di là dei principi di autorità e che vuol dire capacità di gestire i conflitti, capacità di creare consenso (non di presupporlo), capacità di un ascolto attivo che stimola l’altro a tirar fuori le sue energie migliori. Queste scoperte diventano una sfida notevole nella pastorale, anche sanitaria, e nell’educazione.

Il tema della conoscenza di sé e delle proprie emozioni è sempre più attuale e necessario anche per relazionarsi e saper ascoltare gli altri…
Sì, è proprio il sintomo di un contesto culturale: l’identità incerta, la fragilità dei legami, ma anche la società del rischio, il fatto di non avere un ruolo che dice la propria identità e in qualche modo ci si deve inventare come padre, madre, prete… Ormai non è più scontato e bisogna continuamente verificare una lettura del mondo, una capacità di trovare le proprie risorse e anche una capacità relazionale. È interessante notare che il counseling è nato negli Stati Uniti come aiuto all’orientamento professionale dei soldati tornati dalla guerra. Nel nostro mondo è utilizzato per orientarsi nelle scelte scolastiche, per capire cosa fare da grandi. Di fronte alla società complessa oggi questa diventa una sfida, per cui ci sembrava bello, come Istituto, verificare questa modalità di lavoro. Per questo non è un corso, ma un percorso che si inserisce e intercetta le domande nell’ambito pastorale.

Avete individuato cinque vie per migliorare le competenze relazionali e professionali…
Abbiamo tenuto la formula counseling, poi ci sono le varie specificazioni (pastorale, filosofico…), perché è un metodo di lavoro nuovo che può intercettare i bisogni. In Italia c’è un progetto per potenziare la scuola per accompagnatori spirituali nell’ambito della sanità: si tratta di un counseling che prepara i volontari nel mondo della sofferenza ad accompagnare i malati.

Per il vostro percorso vi siete affidati a esperti e professionisti?
Certo. Abbiamo la figura di Barbara Marchica, disponibile ed entusiasta, che fa da catalizzatore, grazie alle sue competenze nell’ambito del counseling coinvolgendo esperti. Avranno uno stile laboratoriale, così da accompagnare un gruppo di persone, offrire un cammino, non semplicemente per tenere lezioni frontali. Sarà lo stile per acquisire questa competenza.

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