Nella Messa della Notte di Natale, presieduta in un Duomo gremito di oltre ottomila fedeli, il Cardinale richiama la gioia che viene da un Dio vicino nato in una famiglia per la salvezza di tutti. Incarnazione della speranza certa e affidabile anche in un mondo segnato dalla crisi e dalle difficoltà lavorative

di Annamaria BRACCINI

scola messa mezzanotte

Il mondo che rinasce, perché questa notte nasce il Dio che si è fatto Bambino, che viene come luce e morirà sulla sua croce di risurrezione, per tutti.
È mezzanotte quando in Duomo, come in ogni chiesa della diocesi ambrosiana e nel mondo intero, si celebra l’evento che cambia la storia umana e la vita di ciascuno.
La Cattedrale, splendida nella luce e nella liturgia che la anima, non riesce a contenere gli oltre ottomila fedeli che si assiepano, tra le navate, fino sul sagrato, nei transetti, in piedi, seduti anche sul marmo gelido del Duomo.
La Veglia che precede la Messa nella notte di Natale e la celebrazione eucaristica sono una sinfonia di preghiera, Parola di Dio, melodia e devozione che paiono circondare quel Bambino che nasce da una donna, come tutti i bimbi. Il Cardinale porta, nella processione di apertura, la statua tradizionale tra le mani, la depone ai piedi dell’altare maggiore su una “culla” che è simbolo di quella di duemila anni fa a Betlemme, giaciglio povero per il “Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. È questo l’annuncio che illumina la nostra vita di figli. È questo il Natale del Salvatore e della salvezza umana, “è la pienezza dei tempi” che si compie, come è detto nell’Annuncio che introduce alle Letture della Messa nella notte, la prima delle tre del giorno di Natale.
Il Vangelo cantato – parte del prologo di Giovanni, dopo la riforma del Rito – esprime con forza insieme profetica e concretissima, il potere che ci è dato, “di diventare figli di Dio”, se accogliamo questo Bambino.
E, allora, il Cardinale, parla del Natale che è, dice, «evento prodigioso e, nello stesso tempo, di una normalità sconcertante», perché il Re del cielo «ci viene incontro come un bambino, esattamente come i nostri bambini, per vincere il nostro scetticismo, ci viene incontro in una famiglia». È nella famiglia, appunto, con Maria e Giuseppe, che il Signore «impara la propria umanità, vivendola e soffrendola».
Così il Natale diviene un’occasione privilegiata per riscoprire la strada che ci è stata donata, quella dell’amore che ha la sua sorgente naturale nella famiglia, cellula creatrice dei una società segnata oggi – nota l’Arcivescovo – da «mille solitudini». Le stesse che trovano la loro radice nel non essere «uomini e donne veramente liberi, maturi e riusciti, capaci di personalità e relazione, sentendosi figli nel senso più pieno».
Il pensiero va alle famiglie dal cuore ferito: «in questa notte santa, Dio è vicino a ogni papà, a ogni mamma, a ogni bambino, alle famiglie che soffrono per la crisi che toglie il lavoro, per le prospettive dei giovani, per la sicurezza dei pensionati». Un Dio vicino, che non esclude nessuno, se noi stessi accogliamo Gesù nella nostra vita, se non ci dimentichiamo – come troppo spesso accade – di Lui nel quotidiano. Nell’anno che finisce e che è stato segnato, per la Chiesa universale e la nostra particolare, dall’Incontro Mondiale delle Famiglie, con la presenza del Santo Padre di Milano, le parole di Benedetto XVI in Duomo, risuonano con una suggestione emblematica, “Colui che è stato crocifisso fuori dalla porta della città, è anche nato fuori dalla porta della città”.
Comprendere il Natale, guardando al presepe con lo sguardo di bambini, con la meraviglia dei pastori, è qui: vedere in questa nascita il Dio vicino che ci apre alla gioia, al cambiamento del cuore, alla riconciliazione con il Padre e i fratelli nella confessione dei nostri limiti tutti umani sapendo opporre «all’esasperazione di cui possiamo essere tentati in questi momenti duri e complessi, contraddistinti da innumerevoli difficoltà di lavoro» la speranza affidabile di un nuovo inizio.
E non è un caso che a fine della celebrazione l’Arcivescovo si intrattenga a lungo con alcune decine di lavoratori del “San Raffaele”, che non hanno voluto mancare alla Messa, facendosi portatori della loro crisi occupazionale. Dopo averli ascoltati, il cardinale Scola ha assicurato loro che «resterò in contatto diretto con voi mediante i miei collaboratori monsignor Luca Bressan (Vicario Episcopale) e don Walter Magnoni (Responsabile ufficio pastorale del lavoro) per contribuire di persona, se necessario, al dialogo tra le parti affinché si arrivi a una giusta soluzione, rispettosa dei diritti e dei doveri di tutti, in particolare dei lavoratori».

Poi, in mattinata, la Messa del giorno di Natale, nella quale il cardinale ribadisce la centralità della famiglia, anello fondativo della società, famiglia «che è unione fedele, sancita dal matrimonio e vòlta alla vita, tra un uomo e una donna». Famiglia che anche nelle sue problematicità ha sempre, su di sé, lo sguardo di amore del Signore.
«Più noi viviamo delle difficoltà e più dobbiamo aprirci alla vicinanza di Dio perché è lui che dona speranza. Voi con le prove che sostenete potete comprendere maggiormente il bisogno di speranza: voi che venite da tutto il mondo e sentite la distanza dai vostri cari. Dio nel Natale si fa uomo e ci prende per mano. Da qui nasce il fatto che oggi è un giorno di letizia particolare: nessuno oggi si fermi alle fatiche. Questa casa è un luogo che nasce dal vostro bisogno ma che ci aiuta a stare insieme, grazie all’azione delle suore di Madre Teresa e di tutti i volontari». Così ha detto sempre in mattinata, il Cardinale, visibilmente commosso, durante la visita alla Casa delle Suore della Misericordia a Baggio, dove ogni giorno pranzano e cenano quasi duecento ospiti provenienti da ogni angolo del mondo, tra i quali molti italiani. Un momento di particolare intensità segnato anche dall’incontro con un gruppo di mamme con i loro bimbi piccoli, residenti nella struttura.

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