La fede in Cristo ci libera. È lui la verità. Che vince la paura di morire. E di “non vivere”

di Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

lettera pastorale

«La fede in Cristo è libertà». Parola estremamente cara a ogni generazione, particolarmente a quella dei giovani, la libertà è indispensabile alla vita. Si potrebbe certo barattarla, ma non se ne avrebbe che disprezzo. La storia ci testimonia che le gradi anime hanno preferito perdere la vita piuttosto che la libertà. È dunque molto importante capire in che senso e in che modo la fede ci rende liberi, anche perché potrebbe balenare il pensiero che sia vero proprio il contrario. Come avviene che la fede consenta alla libertà di esprimersi pienamente? Dalle parole che Gesù stesso pronunciò ricaviamo che il segreto della libertà consiste nell’incontro con la verità: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,31). Ma anche qui la domanda incalza: che cosa significa precisamente? Vogliamo sottolineare un aspetto della risposta, consapevoli che molto resterebbe comunque ancora da dire.

Il grande nemico della libertà è la paura. Essa assume molte forme, ma nella sua essenza è paura della morte. Lo dice bene la Lettera agli Ebrei, che interpreta così l’opera di salvezza di Cristo: «Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,14-15). Si tratta in realtà non solo della paura di morire, che sempre incombe su di noi, ma anche, e forse soprattutto, della paura di “non vivere”. La ricerca ossessiva di se stessi, l’egoismo esasperato, la dipendenza totale dalle pretese del proprio io costituiscono di fatto l’altro versante della paura di non vivere: si viene allora sospinti a concedersi ogni soddisfazione sensibile, a controllare in modo ossessivo il riscontro che ha la propria immagine sugli altri, a misurarsi continuamente con loro fino al limite della gelosia e dell’invidia, a considerare normale il conflitto e la prevaricazione, a sfruttare ogni minima responsabilità per esercitare un potere. A volte, in momenti di lucidità spirituale, intuiamo che queste sono vere e proprie catene. Altre volte non ce ne rendiamo affatto conto: una sorta di accecamento ci fa considerare tutto questo normale, facendoci credere che la libertà consista proprio nell’assecondare ciò che “vogliamo” in questo modo distorto e alla fine triste.

La fede spezza queste catene. Per mezzo di essa noi ci apriamo alla forza e alla bellezza di un amore che viene dall’alto e ci riscatta dal dominio dell’io impaurito. Una sorta di serena fermezza si dispiega dentro di noi e ci rende capaci di decidere secondo la regola di quel bene che mette al primo posto l’interesse di tutti e non semplicemente il nostro. Così la vita acquista nuovo respiro: vi entrano la benevolenza, la generosità, la mitezza, ma anche il coraggio, lo slancio, la determinazione, la costanza. Ci accorgiamo che a decidere ora siamo noi e nessun’altro, nemmeno la paura.

da Avvenire, 19/01/2013

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