Dalla provocazione dell’Arcivescovo lanciata nell’incontro coi giornalisti alla collaborazione con tutti per «una vita buona». La riflessione di monsignor Luca Bressan

di Pino NARDI

Luca Bressan

«Bisogna immaginare spazi in cui ognuno è invitato a raccontarsi e nel momento in cui si racconta è logico che si costruiscono rapporti e legami». Lo sostiene monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, riprendendo la riflessione proposta il 30 gennaio dal cardinale Angelo Scola parlando ai giornalisti della laicità in salsa francese, che esclude tutti i simboli religiosi dalla dimensione pubblica.

Come leggere questa riflessione nella nostra realtà?
L’Arcivescovo ha inserito il riferimento alla scuola come esempio di cosa vuol dire lavorare con i simboli. Perché un simbolo funzioni ci deve essere e deve poter produrre l’effetto comunicativo che è inscritto nella sua nascita. In un momento in cui, come a Milano, aumentano il pluralismo e la diversità, il miglior modo per far fronte a questo non è costruire spazi artificiali neutri, in cui ci si possa incontrare per evitare conflitti a partire da un effetto di spoliazione di elementi che invece sono fondamentali per dire chi siamo. Il simbolo, proprio perché funziona, comunica messaggi che possono essere ascoltati, ricevuti, fanno pensare a qualcosa, possono provocare tensioni che vanno elaborate.

Uno dei pretesti per togliere i simboli religiosi soprattutto nell’ambiente scolastico è quello di non disturbare le minoranze di altra fede. È un modo subdolo, infatti molti musulmani al contrario hanno sottolineato l’importanza dei simboli natalizi…
Esatto. Secondo me gli effetti perversi sono da una parte la volontà di togliere i simboli per non disturbare gli altri, ma in questo caso non ci raccontiamo, siamo una società senza identità e soprattutto che non spiega il passato, perché dovunque ognuno si giri l’arte è piena di questi simboli. Dall’altra parte, evitare che questi simboli vengano spogliati del loro significato genuino: il Natale non può diventare la festa dell’amore universale, può significare amore perché comunica che per una fede quel giorno si commemora la nascita del Figlio di Dio tra di noi. Dopo uno potrà decidere se riconoscere quella festa, se aderire a quella fede, se darle credito. Però il simbolo deve funzionare per quello che racconta.

Infatti il Cardinale sottolinea la necessità di includere piuttosto che di escludere. Già questo si fa nell’ora di religione…
Infatti, l’ora di religione già fa questo lavoro. Il suo scopo è quello di aiutare a comprendere questi simboli e soprattutto a leggerli all’interno della storia dell’umanità che non conosce soltanto il cristianesimo ma che, proprio perché siamo situati in Italia, vede una storia locale molto segnata dalla fede cristiana.

La presenza di tanti ragazzi musulmani pone la questione a tutti. Il Cardinale ha lanciato il sasso nello stagno…
Sì, ma pone un problema interessante perché ci obbliga a capire in che rapporto siamo noi con questi simboli. Veniamo da un passato in cui questo rapporto era simbiotico, ci identificavamo e basta. Poi c’è stato un momento di forte contestazione nei periodi del ’68 e degli anni Settanta, ma sempre all’interno di questo rapporto simbiotico eravamo convinti che potessimo reggere la contestazione perché comunque c’era una cornice che questi simboli li manteneva e li faceva funzionare. Il Cardinale sostiene che è cambiata la cornice, che c’è un pluralismo religioso per cui tanti simboli non funzionano più come prima. Si tratta di capire cosa vogliono dire, come sono nati, come aiutarli a funzionare, come renderli intelligibili in un contesto in cui non sono più gli unici simboli.

In una logica di contrapposizione oggi si riscopre l’identità cristiana, magari non considerata in precedenza. C’è il rischio di una strumentalizzazione politica?
Qualsiasi simbolo può essere strumentalizzato. Proprio per quello dicevo che è utile conoscerlo meglio, riscoprire quale rapporto abbiamo, approfondirlo. Allo stesso tempo occorre evitare una lettura politica del funzionamento di questi simboli, che non sono nati per favorire logiche politiche. Piuttosto per strutturare percorsi esistenziali, cammini di apertura al trascendente, di riconoscimento della dimensione religiosa. L’ultima cosa che pensava di fare il Cardinale era una proposta politica. Ciò che non si è capito bene è stato questo scivolamento nella lettura della sua frase all’interno di un orizzonte politico. Non era sua intenzione, era effettivamente una frase identificativa.

Il prossimo incontro dei «Dialoghi di vita buona» del 2 marzo è su «Le cose che abbiamo in comune», in una società multietnica e del meticciato. Quale può essere il contributo dell’iniziativa nel dibattito pubblico?
È il cuore del problema. La domanda diventa: come in un momento in cui la società si fa plurale noi lavoriamo per costruire dall’interno valori che riconosciamo essere fondamentali per l’umanità e magari altre tradizioni non li hanno? Come lavorare per costruire un dialogo che permetta a tutti di scoprirli come valori fondamentali e riconoscersi in essi? È la sfida che il cristianesimo ha davanti. Questo non vuol dire che li vuol far diventare una battaglia identitaria, ma è il contributo che il cristianesimo vuole dare – come dice il Cardinale – in un modo laico, alla costruzione del bene di tutti.

Anche la presenza di esponenti musulmani nel Comitato scientifico è significativa…
Esatto, vuol dire che il Comitato in sé è già un grande laboratorio.

 

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