Il “Dio paziente” perdona infinitamente, afferma il pontefice venuto dai confini del mondo. Buonismo senza limiti? Oppure interpretazione fedele e attuale del Vangelo di Gesù? Secondo Massimo Recalcati, psicoanalista, il nostro è il tempo dell’odio e della prepotenza, della rivalità di tutti con tutti. Per questo la parola di Francesco suona forte nella sua inattualità

di Gianni BORSA

«Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia». È una delle frasi più note finora pronunciate e scritte (nella «Evangelii gaudium») da Papa Francesco. Il “Dio paziente” perdona infinitamente, afferma il pontefice venuto dai confini del mondo. Buonismo senza limiti? Oppure interpretazione fedele e attuale del vangelo di Gesù? «Il cristianesimo è una esperienza radicale dell’amore che trova la sua prova più alta propria nel gesto del perdono», sostiene, interpellato in proposito, Massimo Recalcati, psicoanalista, docente universitario (attualmente insegna Psicopatologia del comportamento alimentare a Pavia), direttore scientifico dell’Irpa, Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata, e supervisore clinico presso il reparto di neuropsichiatria infantile all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Il professor Recalcati, studioso dei comportamenti umani e delle moderne patologie, è fondatore di Jonas, onlus senza fini di lucro, centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi, oggi presente in varie città lungo tutta la Penisola.

Una delle parole-chiave del primo anno di pontificato di Bergoglio è certamente “misericordia”. È un termine cui papa Francesco fa spesso ricorso, soprattutto per parlare di un Dio buono, che “perdona sempre”. Questa parola – forse un po’ emarginata nel nostro vocabolario corrente – a lei quali sentimenti suscita? “Misericordia” è un termine buono solo per chi crede o può avere un valore universale, un significato “laico” altrettanto ricco e profondo?

Penso che la grande sovversione della predicazione di Gesù stia tutta nella centralità che essa attribuisce alla misericordia e al perdono. Laicamente non stabilisco nessuna differenza tra le due parole. Il cristianesimo è una esperienza radicale dell’amore che trova la sua prova più alta propria nel gesto del perdono. Ma cosa significa la parola “perdono”? Se il pontificato di Francesco si apre con questa parola è perché vi riconosce l’essenza del cristianesimo. La predicazione di Gesù completa la legge per come era stata trasmessa nell’Antico testamento. Il perdono, la centralità dell’amore come dono attivo di se stessi senza pretese di risarcimento, ha, al tempo stesso, sospeso e integrato la legge del Dio di Mosè. Prendiamo l’esempio dell’adultera. Quale fu il gesto di Gesù? Innanzitutto quello di sospendere l’applicazione automatica della legge del taglione, della legge che punisce con la morte e la lapidazione le donne adultere. Ma questa sospensione della legge che si deve al perdono consente di aprirsi a una nuova legge che non è quella della vendetta ma quella dell’amore. Papa Francesco vuole riportare la Chiesa alla parola di Gesù. Vuole sospendere la logica della lapidazione per aprire il cuore a una altra versione della legge. Il perdono non dipende da quello che l’altro fa. È un dono asimmetrico, sbilanciato, disinteressato, assoluto. Non esige contropartite. Eccede quella logica dello scambio che invece domina il nostro tempo. Una vita non diventa forse umana quando si emancipa dallo spirito di vendetta e dalla violenza per accedere alla gioia misteriosa del perdono?.

Attraverso la sua professione lei avverte la necessità, la richiesta di misericordia e di perdono fra le persone che incontra, che si affidano a lei?

Lo psicoanalista lavora sul dolore delle persone che gli si rivolgono. Questo dolore può avere tante forme. È il dolore del giovane senza speranza, del tossicomane che dissipa la propria vita, del depresso che non ha più futuro, di chi ha subito un lutto che sembra inelaborabile, di chi si sente schiacciato dall’angoscia e dal panico, di chi si sente perso, smarrito o schiavo da dipendenze che non è in grado di governare con la forza di volontà, di chi subisce una delusione d’amore… Ma esiste una radice comune a tutti questi volti della sofferenza. Questa radice comune è il sentimento di non riuscire a rendere la propria vita generativa, capace di dare frutti. Molti pazienti vivono nell’odio invidioso e nell’isolamento rancoroso non perché non riescono a trovare l’amore, ma perché hanno paura dell’esposizione assoluta che l’incontro d’amore esige. Allora preferiscono la fuga nella malattia al rischio di questo incontro. 

Dal “perdono” nascono – secondo Papa Francesco – pace, serenità, nuove relazioni… Ciò potrebbe valere sia per i singoli sia nei rapporti tra i popoli e gli Stati. Misericordia e perdono possono essere considerati come “strumenti” della politica o della diplomazia nella nostra era globale?

Il nostro tempo è il tempo della “notte dei Proci”. È il tempo in cui sembra che l’unica forma possibile della legge sia quella dell’assenza di legge. O, meglio, è il tempo dove l’unica forma possibile della legge sia quella del godimento senza limiti. Dunque è il tempo dell’odio e della prepotenza, della rivalità di tutti con tutti… Per questo la parola di Francesco suona forte nella sua inattualità. Egli invita a lasciare cadere il feticismo degli oggetti per ridare valore al piano della relazione, all’esperienza dell’amore come dono. In un tempo dove la potenza seduttiva dell’oggetto sembra trionfare, Papa Francesco mostra tutta la menzogna contenuta in questa seduzione. Il bene non è nel “nuovo”, non è nel possedere il nuovo oggetto, il bene è nel rendere la propria vita capace di dare frutti, capace di essere generativa. Non è questo il solo peccato che la predicazione di Gesù riconosce? Il peccato di sprecare il proprio talento? Non è questa la colpa più grande dell’uomo, forse la sola colpa degna di questo nome? Non è questa la responsabilità dei Proci che scatena l’ira di Ulisse? Fare della propria vita niente.

Questo Papa è ritenuto un comunicatore efficace, un uomo di fede che sa parlare al cuore delle persone, forse anche dei non credenti: lei cosa ne pensa?

Francesco non è un esperto di tecnica della comunicazione. Non è da questo che scaturisce il suo carisma. In Italia abbiamo conosciuto leader che hanno guadagnato il consenso grazie alle loro capacità mediatiche. Ma non è il caso di Francesco. Qui c’è qualcosa in più. E quello che c’è in più è la forza della sua enunciazione. Non solo quello che dice e come lo dice ma da dove lo dice. E da dove parla Francesco? Parla dal posto di un padre che ha scelto la via della sua più radicale umanizzazione, che non nasconde la sua fragilità e la sua vulnerabilità; da un padre che invita all’amore e al perdono perché sa cosa è amore e perdono. La forza di questo Papa non risiede tanto nella sua capacità di parlare alla gente, ma nel suo gesto, nei suoi atti, nella sua testimonianza, in come sa incarnare il Verbo che trasmette. Per questo egli sposta le persone e i cuori.

(Agenzia Sir)

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