Le parole del cardinale Scola nella celebrazione della prima Domenica d’Avvento: «La posizione del cristiano di fronte alla storia è diversa rispetto a quella di chi non spera nel ritorno del Figlio dell’uomo»

di Annamaria BRACCINI

scola avvento 2012

Famiglie intere con tanti bambini, anziani che giungono insieme, in gruppo, magari da parrocchie lontane – con largo anticipo, perché, come spiegano, «non si sa mai» – e i ragazzi che, invece, arrivano all’ultimo momento, mano nella mano e nell’altra, magari, il casco. E, poi, quelli che sono collegati con i mezzi della comunicazione, con i social network – sì, anche Facebook e Twitter –  e sono tanti; quelli che non ti aspetti e che, è evidente, in chiesa ci entrano poco e si guardano intorno un poco spaesati… Ma, d’altra parte il Duomo, si sa, è la casa di tutti i milanesi.

Insomma, una comunità viva, grande, fatta di tanti volti, età, condizioni e anche colori della pelle. È il popolo di Dio, ma, forse, anche dei molti che sono “in ricerca”, che hanno raccolto e fatto proprio l’invito venuto dal cardinale Scola per ritrovarsi in Cattedrale nelle domeniche dell’Avvento Ambrosiano. E, così, per la prima delle celebrazioni di questo tempo di grazia che avvicina al Natale – come avvenne anche l’anno corso -, è davvero un Duomo gremito di migliaia e migliaia persone quello che accoglie l’Arcivescovo. Dapprima con le note maestose dei grandi organi e, poi, con la Liturgia, nella ricchezza della Parola di Dio, nelle melodie (alcune composte da maestri contemporanei espressamente per questo Avvento 2012), nella preghiera e nella riflessione, nella presenza di associazioni e movimenti che si alterneranno nell’animazioni delle Messe, in questa prima, Comunione e Liberazione e Comunità di Vita Cristiana.

E la riflessione che, nella voce del cardinale Scola, si fa subito forte, stringente, guidata dal titolo dell’intera sua predicazione delle sei domeniche, “Dio che viene”, e da quello di questa prima, “Sorgi, o Dio, e vieni a salvare il tuo popolo”. Perché il Veniente non è “qualcosa”, ma “Qualcuno”, è anzi “Uno”, vivo, vero, incarnato: è il Signore.

E, allora, le Letture della liturgia ambrosiana, segnate da un complesso contenuto escatologico, che caratterizza queste prime domeniche di Avvento e che pone l’accento sulla venuta finale di Cristo, fanno dire al Cardinale: «In questi passaggi dell’odierna Liturgia della Parola non facciamo fatica a riconoscere alcuni segni sconvolgenti presenti anche nei nostri tempi. Non mancano le guerre, le tragedie cosmiche, ingiustizia e miseria continuano a segnare pesantemente il cammino della famiglia umana». Eppure è proprio qui che si radica l’autentica attesa, la speranza perseverante che non muore, perché «la posizione del cristiano di fronte alla realtà e alla storia è diversa rispetto a quella di quanti non sperano nel ritorno del Figlio dell’uomo».

È questa, suggerisce l’Arcivescovo, la prospettiva in cui vivere il tempo che prepara al mistero dell’Incarnazione, con le sue parole decisive, «carità» e «amore», senza accontentarsi, perché, come dice subito dopo con una felice espressione, «salvare la vita non è salvare la pelle, ma compiere la propria umanità».

Nasce da qui l’invito a sperimentare la Fede, la Speranza e la Carità nella forma dell’attesa e della vigilanza con tre indicazioni molto concrete: pregare insieme, in famiglia, con semplicità; compiere un gesto regolare per educarci ad amare, regalando un poco del nostro tempo a chi ha più ha bisogno; partecipare a una Messa feriale almeno una volta a settimana. Per divenire “figli della luce”, usando le parole di Paolo nella Lettera agli Efesini, proclamata in Duomo e ripresa al termine della celebrazione dal Cardinale, che conclude, «Noi tutti percepiamo quanto vi sia bisogno, nonostante i nostri limiti e le nostre fragilità, i peccati di cui vogliamo di cuore domandare perdono, di vivere così i giorni dell’attesa di Cristo. Il nostro tempo, a tutti i livelli – locali, del Paese, universali – le nostre comunità cristiane hanno necessità di uomini di luce».

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