Redazione

Il disagio dei giovani interroga gli adulti, che spesso si sentono impotenti di fronte ai problemi che i ragazzi di oggi esprimono. Che fare? Innanzitutto occorre cominciare a prenderli decisamente sul serio, in famiglia, a scuola, sul territorio.

di Vittorio Chiari

Più volte, riflettendo, sul mondo dei giovani, mi è venuta alla mente lo stupendo “incipit” della Gaudium et spes del ConcilioVaticano II : «Le gioie e le speranze,le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo».

Introducendo una serie di temi sulle problematiche del disagio giovanile, sento che i segnali di morte, presenti tra i giovani, non possono lasciare indifferenti gli adulti, educatori e genitori, amministratori della vita pubblica e politici, il mondo della Chiesa come quello civile. Sono le tristezze e angosce dei giovani senza speranza, dei guasti messi al margine, dei nuovi poveri, che ci invitano ad uscire da noi stessi, dai nostri problemi, a volte marginali, settoriali per essere persone vive, piene di passione, risposta audace e coraggiosa agli interrogativi che ci pongono con i loro atteggiamenti, con le loro fughe dalla vita, dalla famiglia, dalla scuola, dalla società e dalla Chiesa.

Il giovane infelice, perché solo; la ragazza anoressica o bulimica che non si ama e non si accetta; chi è schiavo della droga o dell’alcool; l’esasperato di una vita senza alcun significato che porta al suicidio; chi ha scelto la violenza, la strada, lo spaccio, il furto, la rapina, il bullismo, l’indifferenza, è parte di un forte disagio, che mette in difficoltà noi adulti, a volte sconcertati dai rapidi cambiamenti di questi giovani che parlano un linguaggio, di cui non abbiamo esperienza: “ai nostri tempi” non era così!

C’è chi si chiude in se stesso: non è colpa mia, è della società e si allontana dai problemi, eliminandoli come se non esistessero o scandalizzandosi quando succede il fatto grave o sono lesi i suoi interessi; altri, invece, sono presi dall’amore per questi giovani, che già dall’infanzia sono cresciuti senza amore, senza speranza, senza futuro per vissuti di abbandoni, che li hanno fatti sentire senza valore, inutili, peso, catena e si danno da fare per capire e intervenire. Tanti e pochi, è su questi che noi dobbiamo contare, tenendo presente che abbiano sempre più a che fare con giovani, che non avendo conosciuto un amore educativo, sono senza norme etiche, hanno smarrito il senso di Dio e dell’uomo, arrabbiati con se stessi e con gli altri.

Come non bastasse, accanto ai figli delle nostre terre, abbiamo quelli che provengono dall’immigrazione forzata o ricercata, che portano con sé mille altri problemi, compreso quello di una cultura molto lontana dalla nostra occidentale, che noi stentiamo ad accettare ed integrare, anche quando provengono da terre dove hanno fatto esperienza forte di una Chiesa missionaria, accogliente, vera famiglia di Dio.

Dobbiamo arrenderci? Lasciare alle varie Caritas o agli esperti la ricerca e la soluzione dei problemi? E se questi non sono solo dei vicini ma di casa nostra, cosa possiamo fare? Don Bosco ci invita a trattare i giovani come tratteremmo Gesù Cristo stesso, se abitasse da noi, nelle periferie delle nostre città, nei nostri condomini. Amare sul serio i giovani più a disagio non vuol dire amare le nostre idee sui giovani e l’immagine romantica che possiamo esserci fatta di loro. Amarli sul serio vuol dire conoscereli realisticamente nei loro difetti e pregi, così come sono, nonostante tutto, a qualsiasi costro ed aiutarli a passare il guado delle loro difficoltà, che sono spesso difficoltà che abbiamo costruito noi attorno a loro, con le nostre fughe dall’amare e dall’educare. E’ ora di prenderli decisamente sul serio in famiglia, nella scuola, nel territorio. In questo ci aiutano con i loro interventi gli esperti che hanno accolto di rfilettere sui loro segnali di morte per condurre noi e loro a scegliere la gioia e la bellezza del vivere.

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