La domanda sulla possibilità e sulla fruttuosità dell’evangelizzazione oggi va posta non tanto in termini di strategia o di organizzazione, ma molto più profondamente come una domanda spirituale

di monsignor Luca BRESSAN
Vicario episcopale

copertina 'Il campo è il mondo'

Tra pochi giorni saremo di nuovo in Duomo ad ascoltare un secondo maestro, il cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, nell’ambito del percorso di educazione alla evangelizzazione nelle metropoli immaginato dal nostro Arcivescovo nella sua proposta pastorale per quest’anno.

Nella sua lettera, il cardinale Scola così descrive il senso di questo percorso: vuole essere un invito esplicito e forte perché ogni cristiano e ogni realtà ecclesiale si metta con decisione sui sentieri dell’umano a vivere, annunciare e testimoniare la nostra fede. «Per essere aiutati nell’ardua, ma affascinante impresa di seminare il buon seme nel “campo che è il mondo”, in questo momento di grandi cambiamenti», scrive il nostro Arcivescovo, saranno tra noi vescovi le cui Chiese «in questi anni hanno prestato particolare cura all’evangelizzazione delle loro metropoli».

Come si annuncia e si vive la testimonianza cristiana oggi in contesti in cui la Chiesa è minoranza – e in più di un caso minoranza perseguitata – è ciò che siamo invitati a imparare, per immaginare a nostra volta come essere testimoni e annunciatori in quella cultura che in seguito al fenomeno della secolarizzazione sta modificando comportamenti e fedi. Anche fedi secolari e radicate come la nostra ambrosiana che, pur avendo alle spalle un passato ricco e ramificato, corre il pericolo di vedere evaporare tutto questo patrimonio in poco tempo.

Vale la pena, per comprendere ancora di più lo spessore di questo percorso, ricordarsi di una osservazione emersa durante il cammino di preparazione al Sinodo sulla Nuova evangelizzazione, e che rimane vera tutt’ora. La domanda sulla possibilità e sulla fruttuosità dell’evangelizzazione oggi va posta non tanto in termini di strategia o di organizzazione, ma molto più profondamente come una domanda spirituale. Deve diventare cioè una domanda della Chiesa su di sé, sulla tensione che la anima e la indirizza verso Dio, sul suo vivere in questo tempo la sua dimensione filiale.

Questo consente di impostare il problema in maniera non estrinseca, ma corretta, poiché pone in causa la Chiesa tutta nel suo essere e nel suo vivere. E ci permette di comprendere che il percorso educativo che siamo chiamati a vivere ci serve per vedere quanto il problema dell’infecondità dell’evangelizzazione oggi, sia in gran parte un problema ecclesiologico e una questione di fede: riguarda la capacità o meno della Chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda; chiamata non soltanto a dire ma a rendere credibile grazie alla propria testimonianza la forza, la bellezza e la verità di Gesù Cristo, Vangelo dell’umano, altrimenti parola vuota, evento rinchiuso e reso prigioniero di un mondo artificiale di parole che invece dovrebbe essere il veicolo che consente di coglierne la vitalità e la presenza oggi. 
 

Da Avvenire, 22/02/14

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