Alla presenza del cardinale Scola è stata inaugurata, in coincidenza con il primo giorno di Expo, la nuova illuminazione interna del Duomo. Un segno di bellezza e un simbolo della luce che deve illuminare il senso della vita, ha detto l’Arcivescovo

di Annamaria BRACCINI

Duomo

Sono le nove di sera in punto quando tanti cittadini iniziano a entrare nel Duomo in penombra per accendere ciascuno la propria candela. Una luce esile nella Cattedrale che pare ancora più grande e maestosa nel silenzio e nell’oscurità che la avvolge. Eppure, appena dopo pochi minuti, il chiarore e il calore delle fiammelle che sono divenute già 1152 – quante ne possono contenere i dodici, tradizionali, portacandele posti ai piedi dell’altare maggiore –, sono il segno palpabile della chiesa che vive. 
E, allora, si pensa ai milioni di piccoli ceri accesi nei secoli tra le navate della “Casa di tutti i milanesi”, di cui questa “Festa di Luce”,  è simbolo. 
È la sera del giorno che ha visto l’inaugurazione di Expo e così anche la Veneranda Fabbrica del Duomo, partecipa idealmente a questo grande momento per la città, accendendo per la prima volta la nuova illuminazione che rende finalmente visibili e godibili particolari affascinanti della Cattedrale. 
Nel pomeriggio, la pioggia battente ha reso impossibile eseguire, sulle Terrazze, l’atteso concerto della Banda dell’Esercito, e, quindi, ritrovarsi tra le navate è ancora più significativo. Arriva il cardinale Scola, ci sono il progettista dell’impianto, l’architetto Pietro Palladino, la soprintendente Belle Arti e Paesaggio di Milano, architetto Antonella Ranaldi, l’arciprete, monsignor Gianantonio Borgonovo che fa gli onori di casa. Dice: «Nella sua storia, che data 628 anni, la Fabbrica custodisce la luce che viene dalla devozione e dalla fede. È bello pensare che il Duomo non è stato visto da nessuna generazione come lo vediamo noi, adesso, grazie alle nuove tecnologie e a questa illuminazione che è una meraviglia. Non si è trattato di un cammino semplice – talvolta è stato un travaglio che ci ha indotto a riflettere molto –, ma il progetto ha portato a compimento i nostri desideri più profondi». 

«Il Figlio di Dio che viene nel mondo è la luce e tutti, ogni giorno, sentiamo il bisogno e il desiderio di luce nella nostra vita», riflette il Cardinale. «Quando teniamo qualcosa, magari un peccato, solo per noi, portiamo nell’animo un forte disagio, perché solo ciò che viene alla luce libera il cuore dell’uomo e lo rende capace di infinito. Un desiderio che trasfigura i nostri bisogni, fatiche e dolori». 
Il “grazie” personale del Cardinale è per la Fabbrica, il Capitolo dei Canonici e «per tutti coloro che hanno concepito questa straordinaria iniziativa. Abbiamo visto all’Expo quanto la luce faccia spazio all’architettura e ridefinisca le cose. Chiudiamo una giornata che tutti ci auguriamo essere anticipo di un risorgimento di Milano, di un riconfigurarsi della sua nuova anima, capace di assorbire e le contraddizioni e le tensioni che vengono dai grandi cambiamenti che sono in atto in questa fine di millennio. Auguriamoci che l’Expo rompa con il pregiudizio dominante che la fame nel mondo sia un problema strutturale e invincibile». 
Le parole di Scola sono anche per chi ha messo, poche ore prima, a ferro e fuoco il centro cittadino, i Black-Bloc, appunto un segno nero di oscurità. «Abbiamo vissuto una giornata di bellezza – scandisce –, anche se un gruppetto di persone ha cercato di deturparla con la violenza che dobbiamo condannare in maniera radicale. Eppure anche dentro questo stesso gesto insopportabile è apparso un segno bello. Mi hanno segnalato che, appena la situazione si è chetata, molti cittadini sono scesi dalle loro case per aiutare a ripulire la strada.  Questo è il modo con cui dobbiamo affrontare tali eventi. Tanta educazione, perché i violenti ritrovino il senso della vita civile e, in modo giusto e pacifico, dimostrino le loro opinioni. Come diceva Giovanni Paolo II, “Si vince il male solo circondandolo, da ogni parte, di bene”. Questo è un impegno quotidiano che dà alla nostra vita senso pieno e gusto». 
È la Soprintendente a sottolineare come «concludere la giornata di Expo in Duomo sia un’emozione particolare. Questa foresta di pilastri che si inonda di luce saprà esaltare la bellezza della Cattedrale, esprimendo un misticismo nuovo e calibrando meglio quella che è l’espressione artistica». 
Visibilmente emozionato è anche il progettista Palladino che spiega: «Abbiamo utilizzato le tecnologie più moderne che esistano per la generazione della luce, con un sistema a led. Basti una cifra, i proiettori posizionati sono settecentocinquanta. I dettagli sono resi con una precisione inimmaginabile fino a poco tempo fa. Il Duomo, capolavoro dell’ingegno umano, lo meritava, così come la città di Milano». 
E, davvero i “numeri” della nuova illuminazione – che per ora interessa le cinque navate, e poi, tra due mesi, coprirà anche l’altare maggiore e i due transetti della Madonna dell’Albero e di San Giovanni Bono –, sono impressionanti: 23,7 Kilowat di potenza totale, dodici chilometri di cavo elettrico, 30.400 ore di accensione previste in un anno; ma anche attenzione all’ambiente (la ditta responsabile dell’impianto ha già ricevuto, per questo, un premio) con un risparmio energetico di circa un terzo rispetto al vecchio impianto. 

E così, finalmente, tutti con il naso all’insù, per vedere il prodigio di una Cattedrale che illuminandosi, pare trasformarsi, animarsi, prendere movimento, mentre la Cappella Musicale  esegue il Lux fulgebit hodie super nos e altri canti liturgici della Luce. Il Padre Nostro, che il Cardinale invita a cantare insieme, ha il senso della consolazione nel Signore per un popolo riunito sotto una “tenda” unica al mondo. Tenda della fede e delle meraviglie, tra i particolari delle statue poste alla sommità dei grandi pilastri, ammirabili ormai, per intero, e il gioco di luci e ombre che si intesse sul bianco chiarissimo del marmo restaurato. Con tante sorprese come la decorazione delle volte che coprono le navate laterali, che non è scolpita, ma solo dipinta con fregi che imitano quelli di esterni dell’architettura marmorea. Ora lo si vede bene. 

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