Don Gildo Conti illustra il senso del convegno promosso a Garbagnate Milanese dal Servizio per la pastorale della Salute: «Il nostro agire e le relazioni che viviamo sono cariche di responsabilità. Diventiamo liberi perché altri ci autorizzano ad agire come soggetti responsabili»

di Annamaria Braccini

Gildo Conti
Don Gildo Conti

02Interrogarsi oggi sul senso del vivere, sulla relazione e (forse) soprattutto sullo spazio che offriamo agli altri nella nostra esistenza. In una parola, riflettere sul dialogo con noi stessi e con quanti ci circondano. È questo che si propone il convegno promosso venerdì 7 giugno dal Servizio per la pastorale della Salute in collaborazione con l’Asst Rodhense, nell’Auditorium dell’Ospedale “Guido Salvini” di Garbagnate Milanese (viale Forlanini 95). Coordinatore scientifico dell’iniziativa, dal titolo «Non mi sembra vero che tu esista così», è il responsabile del Servizio diocesano don Paolo Fontana, mentre don Gildo Conti, docente di Filosofia in Seminario e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, aprirà i lavori e osserva: «Occorre riconoscere che l’uomo non è soltanto una serie di elementi materiali oggetto di studio delle diverse scienze. Infatti, in ogni uomo, per quanto nascosta, c’è una domanda di senso che rivela la sua identità più profonda».

Per questo l’uomo è anche, intrinsecamente, fatto di “dialogo”?
Senza dubbio. Siamo libertà, capacità di esprimerci, valutando quanto si vive e giocando la propria responsabilità di fronte alle sollecitazioni che ci vengono dall’esistenza. Ecco l’importanza del dialogo: non è un accessorio, secondario o superfluo, ma un fattore indispensabile perché l’individuo sia se stesso. Da qui viene la consapevolezza di non essere all’origine di tutto: prima dell’“io” c’è il “tu” che consente all’io di essere se stesso.

È qui che interviene l’altro, nel confronto con la libertà e le caratteristiche di ciascuno, da rispettare sempre…
La libertà non è una realtà già data una volta per tutte, ma una condizione che nasce, cresce e si sviluppa – o, talvolta, regredisce – nell’interazione con altre libertà. Diventiamo liberi perché altri ci autorizzano ad agire come soggetti responsabili, cioè, letteralmente, come persone che rispondono affermando la propria identità.

Tuttavia le relazioni non sono sempre positive…
Per questo cercheremo di osservare i diversi modi con cui viviamo i rapporti con i nostri simili, riconoscendo che alcune modalità sono per il nostro bene, perché fanno crescere la nostra libertà, mentre altre penalizzano le nostre potenzialità e ci costringono in schemi rigidi che non ci appartengono, riducendo la capacità di agire e limitando la nostra responsabilità.

Ci sono indicazioni per vivere in modo equilibrato tali condizioni nel quotidiano?
Le conseguenze che possiamo trarre da quanto detto sono di carattere etico, nel senso più fondamentale del termine. Si tratta di rendersi conto di quanto il nostro agire e le relazioni che abitualmente viviamo siano cariche di responsabilità. Mi pare che sia un passo indispensabile e utile nel nostro contesto culturale, dove, qualche volta, prima ancora che la risposta, è censurata la domanda etica. Su questo ci interrogheremo nel convegno.

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