Il cardinale Ravasi, Nicolas Hulot e Giuliano Amato, moderati da Monica Maggioni, a «I volti della terra», secondo appuntamento del National Day della Santa Sede

di Annamaria BRACCINI

national day santa sede 2015

Se la terra è madre e se crediamo di poterla definire matrigna, di fronte a tragedie climatiche e ambientali che, invece, abbiamo causato solo noi, significa che qualcosa si è rotto nel rapporto tra l’ambiente e gli uomini. Un “ambiente” che non ci è “intorno”, ma che è, invece, indivisibile dall’umanità stessa. 
È una sorta di viaggio nelle profondità della cultura e dello spirito per parlare della sopravvivenza del pianeta e, quindi, nostra, quello che propone il dialogo promosso dal Cortile dei Gentili nel contesto del National Day della Santa Sede. 

Se, nell’assise di inaugurazione il titolo era «Non di solo pane», nel pomeriggio il tema è «I volti della terra». A confrontarsi, nel dibattito moderato da Monica Maggioni, ci sono il cardinale Ravasi, Nicholas Hulot, commissario generale della Conferenza mondiale 2015 sul clima che si terrà in dicembre a Parigi e il presidente del Cortile dei Gentili, Giuliano Amato. È lui che spiega: «Tutti siamo componenti di un’unica famiglia umana, ma le interdipendenze che esistono tra i vari frammenti di questa famiglia sono tali che non basta essere buoni, ma occorre essere capaci di organizzare la vita collettiva e individuale nella permanente consapevolezza che i volti sulla terra sono tutti il nostro volto. È questo che dimentichiamo spesso. Dobbiamo trovare il sistema di essere tutti uguali e, invece, abbiamo condannato i poveri a essere clandestini, ributtati in mare, perché concediamo aiuto solo a chi può accedere all’asilo politico». L’invito è a ritrovare i fini della convivenza e dell’umanità «che è una», respingendo «la commozione degli ipocriti che pensano che i disperati debbano essere rimandati a mare». 

Nell’Auditorium gremito risuonano, poi, le parole di Hulot, figura notissima e carismatica della riflessione ambientalista e sull’ecologia. «L’uomo è l’economo della natura», scandisce. «Il rapporto tra l’ecologia e le confessioni religiose che richiamano all’individuo quale sia il suo ruolo nell’universo è cruciale. Siamo tutti all’interno di una crisi profonda da affrontare soprattutto da un punto di vista filosofico. La prospettiva della Conferenza di Parigi sarà basato su questo. Le Chiese devono svolgere il loro compito, utilizzando un argomento umanista, che tutti possa coinvolgere. Non dimentichiamo che la crisi climatica aggiunge sofferenza a sofferenza e noi vogliamo esserci per aiutare l’umanità: il 2015 è importante perché ci dà la consapevolezza che questi temi non devono essere lasciati solo alla politica, agli economisti, ai tecnici, ma tutti devono partecipare. Cerchiamo un “fil rouge” per aiutarci l’un l’altro in uno spirito universale». 

E proprio da queste osservazioni avvia la sua riflessione il cardinale Ravasi, ricordando l’attesa Enciclica del Papa che verrà promulgata il 18 giugno. «Non perdiamo questa grande occasione». Un’occasione che, oltretutto, non possiamo permetterci il lusso di lasciare andare, se solo si pensa che quattro milioni di ettari sono stati desertificati, come dice ancora Hulot. «Per la prima volta, qui in Expo, l’intera famiglia umana si trova a riflettere su un problema comune».

In gioco c’è tanto, come dimostra anche la partecipazione di ben 196 Paesi che saranno presenti alla Conferenza di Parigi; c’è l’interrogativo di base se «la Terra sia uno spazio da occupare o da abitare insieme. Da 25 anni siamo in nuova éra geologica, l’antropocene, l’éra dell’umanità. Sta a noi capire se cedere alla distruzione». 

Dalla lode al Signore, «per sora nostra matre terra», del Cantico delle Creature di san Francesco – sottotitolo dell’incontro – alla visione del pianeta del terzo millennio, in fondo, la questione è una: coltivare rispettando, amare donando, vivere portando pace e fraternità, che lo si faccia lavorando la terra o edificando il proprio animo.   

«Pensiamo ai volti della terra che è una e ai nostri, a questa strana famiglia umana che anch’essa è unica, perché ci chiamiamo tutti Adamo, siamo tutti figli di uno stesso Dio, per chi crede, pur essendo ciascuno diverso», conclude tra gli applausi Ravasi.

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