Negli ultimi quindici anni più che dimezzate le celebrazioni nuziali religiose nella diocesi di Milano. Monsignor Bressan: «Un problema serio: non si vede il bene sociale prodotto»

di Pino NARDI

Sposi

«Questo è un problema molto serio, perché vuol dire che tutti vivono l’amore secondo una dimensione romantica – qualcosa che riguarda me – e non vedono il bene sociale che tutto questo produce». Monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, analizza i dati che registrano un crollo dei matrimoni. Nella Diocesi di Milano negli ultimi 15 anni le cerimonie nuziali in Chiesa si sono più che dimezzate passando dalle 15.954 del 1999 alle 6.135 del 2014. Pesantissima la situazione anche a Milano città: secondo i dati del Comune negli ultimi 10 anni i matrimoni sono calati del 27 % da 4074 a 2984. Ma è il dato di quelli religiosi il più critico: – 44%.

Il crollo dei matrimoni, in particolare quelli religiosi, come interroga la Chiesa?
La interroga su due livelli. Primo: i matrimoni sono in calo perché diminuisce la “materia prima” che li produce, cioè i giovani. Si iniziano a vedere gli effetti della crescita, per cui la decrescita dei matrimoni è il segnale che siamo una società che si sta suicidando per la scelta di non avere figli. I motivi sono tanti e presi singolarmente hanno tutte le loro ragioni, ma hanno creato una situazione di insieme per la quale la Lombardia non è capace di generare il suo futuro. E tutto questo, prima di parlare di questioni legate alla presenza degli immigrati, deve innescare una riflessione simbolica sul fatto che siamo una generazione che non è capace di generare, a differenza della precedente che ci ha generato.

E il secondo livello?
L’istituto matrimoniale è in crisi e sta cambiando. Si percepisce sempre di meno l’amore tra un uomo e una donna come una questione pubblica, un bene per la società. Ad esempio, l’apertura alla vita, la capacità di essere attenti a forme di malattia, emarginazione e disagio, agli anziani, ai malati, ai bambini che cercano una famiglia. Dall’altro punto di vista proprio questa privatizzazione del legame affettivo oscura il suo valore che ha all’interno di un cammino di fede, per cui diventa una questione sulla quale non si percepisce che cosa Dio abbia da dire e in che modo possa aiutare la Chiesa a rendere visibile l’amore che è chiamata a testimoniare.

La proposta cristiana non riesce più a intercettare molti giovani. Anche le iniziative pastorali, come i corsi fidanzati, sono da ripensare?
Con alcune letture. Primo, se c’è un luogo di pastorale missionaria oggi è proprio il corso fidanzati. Ormai è la normalità, soprattutto nel contesto metropolitano, che coloro che frequentano il corso abbiano già un legame affettivo stabile, qualche volta coronato dalla nascita di un figlio. Quello ci fa vedere che in effetti la gente ci cerca pur avendo già tutti i contenuti del legame matrimoniale. Quindi vuol dire che cercano il di più, la domanda religiosa che il sacramento dischiude. Per questo sono un luogo, una piazza da tenere ben presidiata, secondo quell’ottica della Chiesa in uscita che il Papa richiama e che il cardinale Scola ha rilanciato con la proposta pastorale dello scorso anno, quando ci chiedeva di percorrere le vie dell’umano.

Forse proprio per questo andranno elaborati nuovi percorsi?
Sì, sono da ripensare. Noi li avevamo pensati in un’ottica di continuità, cioè che arrivasse gente che aveva già interiorizzato più o meno alcuni principi fondamentali della fede e che si trattava di svilupparli. In realtà diventano occasione di nuova evangelizzazione, per aiutarli a vedere in che modo – non solo con un percorso intellettivo – si fa esperienza di Dio, ma proprio accompagnandoli da persona a persona. Quando il Cardinale parla del progetto della famiglia in quanto soggetto di evangelizzazione li riprende, dice che sarebbe interessante immaginare percorsi di preparazione al matrimonio dove una famiglia accompagna i due fidanzati e li lega alla sua vita aiutandoli a vedere come l’amore di Dio trasforma il quotidiano.

Il calo dei matrimoni religiosi può essere dovuto anche al fatto che in passato ci si sposava in Chiesa per avere una più suggestiva “scenografia”, ma era meno sentita, mentre oggi chi lo fa è perché è convinto?
Su questo aspetto vale la spiegazione che hanno dato soprattutto gli antropologi culturali a cavallo del secolo, quando dicono che in effetti per una società e una cultura come quella italiana sono stati gli anni attorno al 2000 in cui si è persa questa rilevanza sociale del legame matrimoniale, per cui lo si è visto privatizzato e, come tutti i beni privatizzati, uno vi accede in modo libero. Penso che sia più proprio questa caduta del costume da segnalare: prima ci si sposava in Chiesa, perché con quella frase che ci dicevano – «non voglio offendere la mia nonna o la mia mamma» – in realtà si intuiva la percezione dell’esistenza di un costume pubblico condiviso. Attualmente questo è stato perso.

Quanto incide la crisi economica nella scelta di una vita matrimoniale, facendo invece preferire il rapporto di convivenza?
Più che la crisi economica, che sarebbe facilmente regolabile, ciò che influisce sulla crisi del matrimonio inteso come scelta definitiva è il contesto culturale che ci porta a vivere tutto come provvisorio. Non c’è nulla di definitivo ormai nella vita: il lavoro, l’abitazione, impegnarsi in questa scelta, che in realtà vuol dire rimandare soprattutto la decisione di generare. Tutto sommato la cultura considera reversibile la scelta matrimoniale, ma se genero un figlio, quella è una scelta non più reversibile.

 

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